Act of valor, la recensione
Appoggiato dall'esercito, rivolto verso il reclutamento e ripiegato su un'idea di cinema che ricorda i videogiochi FPS, Act of Valor è il film più guerrafondaio degli ultimi anni...
Affidato ad un team di tecnici (ex controfigure passate alla regia e autori di documentari a tema militare) e scritto dallo sceneggiatore di 300, Act of Valor è quello che una volta si sarebbe definito un film patriottico e che oggi è solo un film di propaganda.
Con un dispiego di mezzi, uomini, vere strategie e scene di battaglia dirette con meticolosa attenzione all'armamentario, ai rumori dei colpi e alle tattiche, Act of valor si connota subito come un film che punta più su ciò che accade che su ciò che si dice. I protagonisti (un team di Navy SEAL inviati in una missione pericolosa che lascia emergere dettagli e informazioni determinanti per la sicurezza del paese, generando subito altre missioni ancora più rischiose) quando non sparano parlano della propria famiglia (mostrata all'inizio con un'insistenza che ha del maniacale), del ritorno a casa, del futuro nell'arma e di come sia difficile coniugare dovere e affetti.
Si tratta di uomini che mettono patria, dovere ed etica del soldato davanti a moglie e figli, persone che sbandierano (attraverso la voce off del più protagonista del team) la propria appartenenza ad un gruppo, ad una categoria umana che ha un codice, e nella coda del film invitano i nuovi nati a fare lo stesso a non scegliere "la via codarda" ma vivere secondo un codice. Cioè arruolarsi.
Dei videogiochi citati Act of valor ha tutto, non solo l'idea di una visuale in soggettiva con la punta del fucile davanti, ma proprio le inquadrature, i colori, le alterazioni dell'immagine quando il personaggio non è cosciente, il modo di presentare i ruoli e l'estetica del nemico (ex sovietici che sono diventati terroristi islamici, il massimo!). Tutto per mostrare al proprio pubblico d'elezione che la realtà dell'azione non è distante dal divertimento che praticano a casa.