Anaconda, la recensione: Reboot? Reinvenzione? O sequel spirituale?

Tra satira e metacinema, Anaconda reinventa il reboot prendendo in giro Hollywood: Jack Black e Paul Rudd guidano una commedia action consapevole, ironica e affettuosa verso il cinema del passato.

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"L'Academy adora gli horror sociali. Potresti essere il Jordan Peele bianco". È con queste parole che Griff, attore spiantato, si riferisce all’amico Doug, sedicente regista cinematografico. Sono parole piuttosto attuali, ora che un altro horror sociale, Sinners, è tra i favoriti agli Oscar. Ma sono anche un chiaro esempio di come Anaconda, il nuovo film con Jack Black e Paul Rudd, in uscita al cinema il 5 febbraio, sia uno di quei film in cui Hollywood prende in giro se stessa e legge pregi e difetti del cinema di oggi con sarcasmo e ironia. Anaconda è il reboot del film degli anni Novanta con Ice Cube e Jennifer Lopez. Ma è anche la sua parodia. Il cinema oggi funziona così.

E il film lo dice esplicitamente, per bocca di un'assistente alla regia che passa su un barcone lungo il Rio delle Amazzoni. "Sony fa il reboot. Lo so, non hanno nuove idee". È una neanche troppo velata critica a una Hollywood che, come tutti vanno dicendo da tempo, non rischia e punta all'eterno ritorno di saghe e franchise del passato. È vero. Ma stavolta non è così. Almeno, non completamente

Girare un reboot di Anaconda? Basta avere i diritti...

Che cos'è allora Anaconda? "Un reboot. Ma è più una reinvenzione. È più un sequel spirituale". Lo presenta così Doug, interpretato da Jack Black, quando si tratta di spiegare che tipo di film sarà. Poco prima lo abbiamo trovato nella sua città Natale, cineasta fallito che lavora come regista di matrimoni (e prova a virare in horror qualsiasi filmino di nozze, con tanto di musiche da brivido), con una famiglia e dei figli da mantenere. Griff  (Paul Rudd) è un attore in bolletta, che ha avuto il suo momento di gloria in tre stagioni della fantomatica serie SWAT, ma che ora si trova a fare particine in medical drama, e non riesce a farle neanche troppo bene. Al compleanno di Doug, Griff torna a casa e gli fa vedere il filmino in VHS che avevano girato da bambini, quando sognavano di farcela a Hollywood. Il giorno dopo Griff lancia la bomba: ha comprato i diritti di Anaconda, il loro film preferito. E intende girare un reboot in modalità indie, a basso budget. Propone così a Doug, a Claire (Thandiwe Newton) e Kenny (Steve Zahn), i suoi amici di sempre, tre settimane in Amazzonia. Con un pitone vero…

Meglio essere volontariamente comici che involontariamente comici 

Se ci pensate, l'idea di Anaconda è forte. Perché va al di là del solito reboot che qualunque studio hollywoodiano avrebbe fatto. Fateci caso: molte volte, quando rivediamo un film di 30 o 40 anni fa che avevamo amato, ci appare spesso datato, superato, a volte involontariamente comico. Tanto vale, allora, prendersi in giro da soli, ammettere quanto certe storie siano poco credibili, e fare dei film "volontariamente" comici. In questo modo, la materia originale è sì, presa in giro, ma anche coccolata, valorizzata. Sono quelle piccole cose di pessimo gusto di cui scrivevano i crepuscolari. Cose che sono importanti non per il loro valore in sé, ma per il bene che vogliamo loro. In fondo, non è così per tutte le cose della vita? Non è così per gli oggetti, gli abiti, le canzoni? E, ovviamente, è così per i film. L'idea non è nuova, certo. C'è stato un momento in cui tutte le serie tv che diventavano film, attraverso lo specchio deformante del tempo e della nostalgia, diventavano commedie: sembrava che il solo modo per riproporle fosse buttarla in ridere. E così Starsky & Hutch, Charlie’s Angels, Baywatch, fino al recente The Fall Guy (da noi noto in tv come Professione Pericolo) una volta arrivate al cinema sono diventate tutte parodie.

Il metacinema che troviamo irresistibile 

Ma qui è diverso, c'è ancora qualcosa di più. Nella sua nuova versione Anaconda diventa puro metacinema, quel modo di girare i film nel film che chi ama il cinema trova irresistibile. Per capirci, anche se non con lo stesso impatto, siamo un po' dalle parti di Tropic Thunder, o del più recente The Fall Guy. È il cinema che riflette su se stesso, che si prende in giro, che ha ben chiare le sue idiosincrasie, i suoi problemi, i suoi pregi e i suoi difetti. Come, ad esempio, il vizio di andare sul set senza neanche aver completato la sceneggiatura (anche questo è attualissimo, se pensate alle polemiche per la stagione finale di Stranger Things): "benvenuto a Hollywood, fanno sempre così" dice uno dei personaggi. Il nuovo Anaconda è un film che passa dal set alla realtà e poi di nuovo al set, dal pop (la famosa I don't Want To Wait di Paula Cole, sigla Dawson's Creek, ironica sentita in bocca a Jack Black) al rock (i suoi amati AC/DC) e di nuovo al pop, dal film originale al reboot e di nuovo al film originale (con un paio di sorprese). C'è qualche problema di ritmo e qualche lungaggine nella parte centrale, ma per un film che unisce commedia e action il ritmo non è qualcosa da dare per scontato. 


Quanto sono bravi quegli attori a non saper recitare

Una delle cose che ci piacciono di quelle storie in cui c'è un film nel film è che gli attori devono recitare su più piani. Alla recitazione del personaggio si aggiunge quella del personaggio mentre recita. E in questo senso è molto bella la scena in cui Paul Rudd e Thandiwe Newton recitano nei loro ruoli, e riescono a farci credere di essere dei pessimi attori, per poi tornare a recitare bene dopo il ciak, quando i loro personaggi sono nella vita reale e si scambiano degli sguardi carichi di complicità. Ci piace anche quando Jack Black, in quello che è un altro suo caposaldo, fa la musica con la bocca, e qui evoca una colonna sonora horror seguito dal vero score del film. Sono dettagli, ma contano. Perché è anche da questi particolari che si giudica un "sequel spirituale". 

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