Annabelle 2: Creation, la recensione
Con un armamentario di paura gotico impeccabile Annabelle 2 non riesce a prolungare l'inquietudine con uno svolgimento di livello
A catalizzare tutto, come promesso dal titolo, è la bambola Annabelle, vista per la prima volta in L’Evocazione, già al centro di un proprio spin-off moderno e qui raccontata negli anni della formazione. Se il capitolo precedente riusciva a trasfigurare luoghi quotidiani in luoghi di paura, qui invece l’ambientazione (che sembra venire da un romanzo di Stephen King) già si presenta legata all’immaginario collettivo spaventoso. Posti in cui non si può che avere a che fare con il diavolo.
Se il nuovo horror americano, quello dei grandi successi degli ultimi anni, ha rivisto le caratteristiche del terrore al cinema partendo dalle immagini invece che dalla loro negazione, non sempre è riuscito ad affiancare a queste una storia o dei personaggi che diano agli eventi un senso in grado di prolungare la paura. Annabelle 2 rappresenta perfettamente questa deficienza. In una casa che sembra avere le porte scorrevoli a vetri della scuola di ballo di Suspiria e ha un pozzo come The Ring, l’unica cosa fuori tono è il racconto.
Da metà in poi Annabelle 2 lega insieme una serie di notti e giorni, situazioni spaventose, bambini attratti dal fienile, bambini che entrano in stanze in cui non dovrebbero entrare, apparizioni del maligno alle spalle di qualcuno, con sempre meno relazione tra di loro. L’arrivo finale di una spiegazione così netta, sbrigativa e pretestuosa, è poi la pietra tombale su qualsiasi speranza di fascino nell’origine di Annabelle e delle maledizioni future (annunciate dalla comparsa di un personaggio noto ai fan della saga dopo i titoli di coda).