Antipop, la recensione
Attraverso i video e le storie intorno alla gavetta di Cosmo, Antipop fa un racconto estremamente intimo di musica, provincia e aspirazioni
La recensione di Antipop, il documentario di Jacopo Farina su Cosmo, disponibile dal 1° marzo su Mubi
C’è uno tono in Antipop così confidenziale, così ravvicinato e così nudo, da superare già nei primi minuti la barriera dell’autoagiografia (in fondo è pur sempre un documentario con Cosmo su Cosmo) e creare un’atmosfera intima molto più adatta alle case che alle sale cinematografiche. Merito della grande quantità di materiale video amatoriale proveniente dalla vita di Cosmo, dalla fase in cui era giovane adulto fino a oggi, ma merito anche della maniera in cui Jacopo Farina lo assembla e usa la voce fuori campo dello stesso Cosmo. Tutto insieme crea uno storytelling dalla scorrevolezza realmente stupefacente, più vicino alla confessione che al documentario con teste parlanti (che pure non mancano), più simile all’intervista confidenziale che alla grande celebrazione (che pure tra le righe passa).
Si scivola in un attimo dentro agli anni a Ivrea, nella famiglia di Cosmo così ben raccontata con pochi tratti, in una provincia così tipica da essere molto facile da immaginare, così realistica da essere vicina per quanto non desiderabile. Ci sono gli amici, i primi gruppi, le morti, le delusioni, e un campionario di fatti veri che messi insieme dal documentario somigliano al cinema giovanile degli anni ‘70 e ‘80, quello dei grandi domani che non vengono per nessuno e non risparmiano vere amarezze. A differenza di qualsiasi altro documentario qui non c’è nessun senso di predestinazione, anzi. C’è la ferma convinzione che la provincia sia una gabbia.