Antlers, la recensione
La storia di un mostro che prende forma in casa e di un bambino che vive con questo segreto è una metafora anche troppo sfacciata
Ci sono registi che si misurano in tutti i generi perché possiedono una creatività incontenibile e perché la lingua per immagini attraverso la quale si esprimono è molto più forte delle singole convenzioni dei generi, così rimangono loro stessi in una commedia, in un horror e in un western. Dall’altra parte ci sono registi in costante ricerca di un’identità, per i quali misurarsi con più generi è una maniera di crearsi un’immagine da mestieranti che gli consenta di non precludersi nessuna possibilità di lavorare o magari trovare il tipo di film in cui riuscire meglio. Scott Cooper sembra appartenere a questa seconda categoria, perché ogni film che affronta il suo tocco si perde e sembra inseguire lo stile di moda più che una propria visione. È stato così per Crazy Heart, per Il fuoco della vendetta e per il terribile Black Mass, ed è così per il suo primo horror d’autore, Antlers.
La storia di una maestra elementare che indaga con il fratello sceriffo sulla situazione che vive a casa uno dei suoi bambini, è la più facile e diretta delle metafore per i maltrattamenti e le difficoltà domestiche, che queste poi prendano la forma di un mostro mitologico, un po’ Dog Soldiers, un po’ Dio Bestia di La principessa Mononoke, è un dettaglio che non mette molto, specie quando anche le scene più cruente non sono mostrate.
Le luci sono quelle giuste e i colori sono quelli giusti, così tanto che viene il sospetto che quella fosse la preoccupazione principale, non quella di potersi permettere una fotografia raffinata ma di centrare l’estetica “giusta”.
Più si guarda Antlers più viene da chiedersi allora che senso abbia fare un film così. Che poi non è una domanda diversa da quella scatenata dalla visione di altri film di Scott Cooper. Magari è questo il suo stile che attraversa vari generi...