Avengers: Infinity War, la recensione
Un incastro di mostruosa perfezione, Avengers: Infinity War ha 12 protagonisti che con i pochi minuti a disposizione si fanno tutti valere e i cui diversi toni convivono
È una scelta forte, perché siamo in una situazione altamente drammatica che non abbiamo vissuto ma di cui vediamo solo la tragica parte terminale. Quest’inizio imposta il tono di un film di distruzione, come ampiamente annunciato, in cui in ballo c’è la posta più alta possibile e in cui il processo di ampliamento del terreno di gioco operato dalla Marvel (sempre meno sulla Terra sempre più nello spazio) arriva finalmente a comprendere “l’universo tutto”.
Perché in definitiva questa è la grande sfida dei film Marvel: dimostrare di padroneggiare una gamma di sfumature di “commedia” così ampia da riuscire a raccontare con essa qualsiasi storia e toccare qualsiasi corda. Cambiare l’intrattenimento dandogli un senso più ampio. Ogni personaggio incarna una gradazione diversa di commedia e che tutte queste possano convivere in un solo film è incredibile. Whedon aveva per primo tracciato la strada ma qui, visto il peso specifico del film e la quantità di intrecci ed eventi da narrare, siamo ad un livello di perfezione quasi millimetrica. Tutti hanno uno spazio necessariamente breve in cui dare il massimo, farsi valere e giocare la loro parte nella trama, tutti devono presenziare senza che sembri che stiano presenziando (tutti tranne uno, che compare brevemente all’inizio e sarà evocato per tutto il film facendosi desiderare senza comparire più, l’asso nella manica del prossimo film).
Ovviamente la trama come sempre imporrà ad un gruppo di eroi eterogeneo per carattere, provenienza e natura, di trovarsi, unirsi e mettersi insieme per un grande obiettivo. È uno dei cardini che reggono il mondo degli Avengers al cinema e la maniera più forte in cui questo prodotto fortemente americano dall'origine fino alla declinazione al cinema rappresenta l'etica del proprio paese: la riunione dei talenti, la possibilità per diverse eccellenze di unirsi e costituirsi come élite che combatte per le persone comuni e che addirittura ha avuto una declinazione molto politica nel capitolo in cui allo stato è cominciato a non andare bene che un’elite autoproclamata agisse indipendentemente. Il senso stesso della maniera in cui gli Stati Uniti raccontano sé stessi, come la terra in cui persone diverse da luoghi diversi faticosamente imparano a convivere e tollerarsi per creare insieme la grandezza.