Ben - Rabbia animale, la recensione: la scimmia pensa, la scimmia uccide

Ben – Rabbia Animale è un horror rapido e diretto: uno scimpanzé domestico diventa una minaccia. Ritmo serrato, topoi del genere e un sound design inquietante.

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In originale si intitola Primate, ma la distribuzione italiana ha deciso di chiamare il film Ben – Rabbia Animale, scegliendo così di dare al film il nome del “protagonista”, o meglio del pericolo. Il perché è presto detto: come ci hanno spiegato i vertici di Eagle Pictures, che portano il film nelle sale dal 22 gennaio, Primate ricordava molto Cujo, l’horror degli anni Ottanta nato dalla penna di Stephen King, e si è quindi deciso di mettere in evidenza l’animale al centro della storia dedicandogli il titolo.

Qui non si tratta di un cane, ma di uno scimpanzé, un essere decisamente pacioso. Il legame tra Ben e Cujo, come vedremo, è molto semplice. Questo, però, non significa che Ben – Rabbia Animale sia un film “kinghiano” nelle atmosfere o nello stile. Non è nemmeno iconico come altri horror Paramount, come Scream. È piuttosto un horror di quelli che oggi vanno per la maggiore: semplice, diretto, senza fronzoli. E veloce, velocissimo: dura 89 minuti, senza preamboli né inutili orpelli. È un film da multiplex, popcorn e venerdì sera. Un film con attori poco noti e giovani, e con una trama molto semplice. Ma, lo sappiamo, in prodotti come questi non conta tanto la storia in sé quanto il susseguirsi degli eventi e il ritmo. E da questo punto di vista il film funziona.

Ben, uno di casa

Ben – Rabbia Animale riprende una serie di regole e topoi narrativi tipici di un certo tipo di horror. Primo fra tutti, una situazione di partenza idilliaca, che non sembra far presagire nulla di negativo. Lucy (Johnny Sequoyah), dopo molto tempo, torna a far visita al padre Adam (Troy Kotsur, l’attore sordomuto visto in CODA e in varie serie) e alla sorella Erin (Gia Hunter), portando con sé due amiche. Adam è uno scrittore di successo e vive in una villa da sogno alle Hawaii. Con loro vive anche Ben, uno scimpanzé con capacità di apprendimento superiori alla media, che la madre – scienziata, ora venuta a mancare – aveva studiato e addestrato, come apprendiamo dai titoli di testa. Ben ha una sua gabbia, ma vive in casa con la famiglia, come un cagnolino. Anzi, molto di più: grazie a una particolare tastiera riesce anche a comunicare. All’improvviso, però, Ben inizia a comportarsi in modo strano.

Ben – Rabbia Animale lavora, anche se in maniera piuttosto elementare, sul perturbante: sul fatto che un elemento familiare e rassicurante smetta improvvisamente di esserlo. Un personaggio a cui i protagonisti sono abituati, e che non temono, comincia a rivelarsi pericoloso. È qui che nascono prima lo spaesamento e poi l’incertezza nel reagire subito a quello che appare come una minaccia, proprio perché considerata un’amica. È in questo senso che il film può essere accostato a Cujo: il miglior amico dell’uomo, un cane, che diventa nemico. L’essere più simile all’uomo, ormai quasi un animale domestico, che si trasforma in qualcosa di ostile.

In principio era King Kong

La scimmia è stata utilizzata dal cinema in modi molto diversi e sempre significativi. All’inizio c’è stato King Kong, il gorilla, la “bestia” sconosciuta e gigantesca, su cui si operava un ribaltamento: prima presentata come spaventosa, poi rivelata, a sorpresa, come buona. Ne Il pianeta delle scimmie l’animale veniva invece mostrato subito come ostile e, soprattutto, dominante, sullo stesso piano evolutivo dell’uomo. Anche qui il ribaltamento riguardava i rapporti di forza tra uomo e animale. In ambito horror, non va poi dimenticato Monkey Shines di George A. Romero.

Restando in tema di topoi narrativi, un altro elemento ricorrente è quello dei personaggi giovani, più o meno stupidi, più o meno superficiali. È uno schema tipico di molti horror, che seguono una regola non scritta: dato un gruppo di amici, questi iniziano a morire secondo un ordine ben preciso, dal più sciocco o inutile ai più saggi e sensibili. In chi guarda si attiva così un gioco nel gioco: non solo seguire il film e anticipare le mosse dei protagonisti, ma anche scommettere mentalmente sull’ordine delle morti. Anche Ben – Rabbia Animale funziona così, con una piccola variante sul tema e con personaggi particolarmente stupidi che entrano in scena a sorpresa. Secondo voi avranno vita breve?

Un film di suoni

Film di immagini semplici e di qualche citazione mai insistita (noi ci abbiamo visto E.T., Shining e 2001: Odissea nello spazio, ma forse è solo uno sguardo da maniaci cinefili), Ben – Rabbia Animale è soprattutto un film di suoni. Ed è forse qui che risiede il suo aspetto più interessante.

Il sound design è molto efficace. Il verso stridulo delle scimmie è naturalmente inquietante, ma di solito mitigato dalla loro innata simpatia: provate a immaginarlo associato a un assassino. A questo si aggiunge una colonna sonora elettronica, fatta di sintetizzatori, che ammicca chiaramente a quella dei Goblin per Profondo rosso: una somiglianza troppo insistita per non essere un omaggio.

Ma l’idea più interessante arriva con una sorta di “soggettiva sonora” legata al personaggio di Adam: per alcuni attimi viviamo la sua percezione dei suoni circostanti – che è nulla – e ci troviamo immersi in un silenzio assoluto proprio mentre Ben sta scatenando il caos. Adam, appena rientrato in casa, è ignaro di tutto e non percepisce il pericolo. È una trovata efficace, che aggiunge tensione alla storia e segnala come Ben – Rabbia Animale sia un film semplice, ma non banale.

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