[Berlino 2014] Boyhood, la recensione
Un film che ricorderemo a lungo quello di Linklater e che ridefinisce molto di ciò che credevamo di conoscere sul cinema e sui period movie. Un esperimento poco ripetibile ma indimenticabile...
Boyhood non è un film normale e dalla sua peculiarietà non si può prescindere. Nel senso che non è stato realizzato normalmente e il suo strano processo produttivo ha influito (e per fortuna) sul risultato finale, rendendo quella che è una storia comune, un film unico e mai visto prima.
Partendo da questo presupposto la storia di Boyhood è la più canonica tra quelle di formazione personale negli anni del titolo, quelli più o meno tra gli 8 e i 20, e fa leva sui sentimenti e sulla rievocazione del periodo dal 2002 al 2014, attraverso musica, tecnologia, fatti d'attualità e moda.
Eppure nonostante uno svolgimento che conosciamo bene il racconto della vita di Mason tra gli 8 e i 20 anni, di sua sorella Samantha di poco più grande, della mamma Olivia, separatasi quasi subito aver avuto i bambini dal padre Mason Sr. e poi dei molti altri mariti che si susseguono, degli amici, dei cretini che li circondano, degli amori e di chi li aiuta, ha una forza che fino a oggi era sconosciuta al cinema, in virtù di una componente che è propria dell'esistenza reale: l'evidenza dello scorrere del tempo sui volti e sui corpi.
L'effetto del passare del tempo sui corpi, in un film che si fonda esattamente sul racconto di un brandello di vita fatto quanto più da vicino e quanto più minuziosamente possibile (sebbene procedendo per ellissi annuali), pare ora una condizione a cui si dovrebbero conformare tutti.
Ed è incredibile quanto Linklater, sebbene già avesse legato il suo nome a progetti a lungo raggio (vedi Prima dell'alba, Prima del tramonto e Before Midnight), riesca in Boyhood a fare qualcosa di completamente differente. Non un racconto generazionale portato avanti per decenni in cui i protagonisti invecchiano assieme al pubblico ma uno tradizionale in cui il tempo si contrae nella durata del film. Per quanto possa sembrare paradossale Boyhood è un film narrato in maniera decisamente più convenzionale rispetto alla trilogia di Jesse e Celine, ma è come se avesse una componente in più che gli altri period movie o film di formazione non hanno: per l'appunto il potersi fondare sui corpi che mutano.
Unica concessione alla modernità del racconto è il fatto di non fondarsi sulla rappresentazione di una serie di momenti topici o decisioni difficili da prendere ma di voler affrontare il vivere attraverso i momenti più convenzionali e dimenticabili, come se Linklater fosse convinto che è la quotidianità a svelare quel che siamo in ogni momento e non l'eccezionalità.