Biancaneve e il cacciatore, la recensione
Lanciato sull'onda di Alice in Wonderland ma ben più riuscito, questa Biancaneve non ha niente a che vedere con quel che ricordate, è solo un altro buon film fantasy...
Il secondo film su Biancaneve di quest'anno, come sanno anche le pietre, è di tono completamente opposto a quello in cui Julia Roberts interpreta la regina cattiva, sebbene diretto sempre da qualcuno che proviene dalla pubblicità.
Biancaneve e il cacciatore fa il lavoro che le storie fanno in un'era in cui lo spettatore preferito da tutte le major è il nerd (che in maniera "politicamente corretta" oggi amiamo chiamare geek, noncuranti del fatto che quel termine indica qualcosa di un po' diverso): spiega e fornisce dettagli.
Alla favola di Biancaneve questo film aggiunge un prima e un dopo, mette in relazione i personaggi con maggiore dettaglio e colma qualsiasi vuoto narrativo (che faceva prima il cacciatore? Che motivazioni lo spingono? Da dove vengono i nani? Perchè stanno in mezzo alla foresta?), operazione che solitamente svilisce e depaupera qualsiasi storia, poichè leva mistero e magia, ma che in questo caso è ben bilanciata dal fatto che il mito di Biancaneve è interamente ripensato, trovando nelle pieghe di quell'intreccio lo spazio per le dinamiche fantasy con gran conoscenza del genere.
E' una storia che ha poco a che vedere con la metafora madre/figlia e più con quella della predestinazione e la responsabilità individuale (come tipico del fantasy) e che soprattutto sceglie di lasciar interpretare i nani a sette attori britannici, quasi tutti di formazione teatrale, in uno sforzo d'originalità riuscito che bilancia la prestazione scialba (e non molto diversa da Twilight) di Kirsten Stewart.