Billy Lynn: Un Giorno da Eroe, la recensione
Ang Lee continua a mescolare indagine interiore con tecnologie digitali, Billy Lynn: Un giorno da Eroe è una bolla emotiva che scoppia quando è già ingerita
Billy, assieme alla sua compagnia, è ospite dello show d’intervallo della partita dei Dallas Cowboys nel Giorno del Ringraziamento, quello che nel 2004 fu animato dalle Destiny’s Child (questo). È una giornata di vacanza e festa per loro, sono celebrati come eroi per quel che è successo al fronte, eventi che vediamo in alcuni flashback intervallati con il presente.
Tra i ricordi e la retorica della celebrazione nel presente, c'è tantissimo della guerra e di come la viva l'America in Billy Lynn, così tanto da esserne distratti al punto che quando la tensione sentimentale accumulata silenziosamente esplode è come un fuoco d'artificio che riporta l'attenzione alle uniche cose che contino per Ang Lee, lo stordimento e la vertigine emotiva che quasi impediscono di pensare.
L'abisso tra fronte vero e fronte interno si misura anche nello show pacchiano dal sottotesto violentissimo e sessuale, la guerra come spettacolo e celebrazione, o nei tantissimi americani civili, dai più scemi e rissosi (che Billy e gli altri vedono ormai come alieni anche se loro erano così solo qualche mese prima) fino ai più innamorati dell’ideale eroico del soldato, una carrellata di altri alieni che il film riesce perfettamente a mettere nella prospettiva più correttamente grottesca. E poi ancora c’è un’inaspettata e fortissima pulsione erotica, vera eccitazione momentanea per una cheerleader che anche lei pare desiderare non tanto Billy ma il corpo del soldato eroe, perfetto esempio di un mondo innamorato di quel che lui rappresenta solo fino a che intende continuare a rappresentarlo. Un esempio che Ang Lee riprende con una voglia di contatto che basterebbe da sola a comunicare lo scombussolamento adolescenziale di fronte alla potenza del corpo.
Billy Lynn è vittima di tutti questi stimoli con una calma e silente resistenza che sono il segreto dell'improvvisa e irrefrenabile commozione scatenata dal film. Dovrà decidere che fare, spossato da mille spinte interiori differenti su cui Ang Lee lavora con precisione certosina, sfruttando soggettive, inquadrature frontali, continui scavalcamenti di campo e un profusione di green screen che rendono questo film stravagante e straniante, delirante senza bisogno di alcuna psichedelia o forzatura, solo scardinando il solito piccolo set di regole condivise. Tutti espedienti ben accoppiati alle tante pelli diverse, da quella lucida e sudaticcia del magnate fino a quella sfregiata della sorella, o quella lasciata esposta dal costume di una cheerleader così carnalmente vogliosa di un pezzo di eroe (che lui sarebbe molto incline a fornire).