Broken City, la recensione
Il thriller che riporta Mark Wahlberg ai suoi personaggi classici e si può fregiare di Russel Crowe nel ruolo di villain spreca entrambe le risorse...
Poliziesco che si fregia di essere vecchia scuola con tutto l'armamentario possibile di vita dura, whisky e botte tanto prese quanto date. Storie di poliziotti che camminano sul confine tra legale e illegale, cercando di salvare la propria anima, in cerca di una disperata redenzione ma irrimediabilmente presi in una rete più grande di loro nella quale costituiscono la carta impazzita.
Un poliziotto appena scagionato da un'accusa di omicidio riprende la sua carriera da detective privato e viene ingaggiato dal sindaco (a poco dal giorno delle votazioni) per indagare sull'infedeltà di sua moglie. Quello che scoprirà sarà ovviamente molto di più.
La trama si muove tra i classici elementi del genere ma il colpo che va a vuoto è quello destinato al protagonista. Il poliziotto di Mark Wahlberg non ha nè lo charme della mente ineffabile indurita dalla vita nè il fascino del perdente alla sua ultima occasione. Sconfitto più volte su vari piani (vita privata, vita professionale) l'impressione è sempre di guardare un bullo della scuola cresciuto, un po' cretino ma mai simpatico per questo. Diventa la parte positiva della storia in maniera credibile solo quando quella indubitabilmente negativa (interpretata da Russel Crowe) gli ringhia addosso, di fatto creando per negazione il proprio opposto.
Risibile, infine, il teorico atto d'accusa verso le istituzioni e la corruzione che regna nelle amministrazioni cittadine.