The Butler - un Maggiordomo alla Casa Bianca, la recensione
The Butler - Un Maggiordomo alla Casa Bianca vuole esserre un colossal afroamericano ma è solo una celebrazione di chi vi partecipa e poco altro...
Il problema di The Butler è che non racconta niente. Se è vero che ci ripetiamo sempre le medesime storie e che anche la Storia va raccontata più e più volte perchè i medesimi fatti possono offrire idee e spunti differenti, è anche vero che Lee Daniels non ci prova nemmeno.
Come è uso un'unica famiglia racchiude tutte le istanze e le contraddizioni della lotta. Il padre, modello elevato di "house negro", si scontra con il figlio, prima attivista poi pantera nera e infine deputato democratico fino a comprendere le ragioni e le conquiste delle sue lotte. Intanto sotto i suoi occhi passano diversi presidenti e diversi modi di intendere gli Stati Uniti. Ogni personalità e ogni fatto è ridotto alla sua caratteristica più evidente e nota, come in una caricatura in cui la cosa sia più importante sia capire al volo chi è il soggetto e non riceverre nuove informazioni su di esso. Nixon suda, Kennedy è giovane, bello e sfortunato, Johnson sempre al bagno, Eisenhower dipinge.
Va da sè che un impianto simile presta il fianco facilmente ad interpretazioni di parte e rende molto complessa l'astrazione da un giudizio storico. Ma tanto non è questo che intererssa a Daniels, che sembra aver riraccontato la storia dei neri in America solo per distribuire torti e ragioni. No alle pantere nere, sì a tutti i repubblicani, sì a Martin Luther King, no a Johnson e ovviamente sì ad Obama.
Beandosi di se stesso, delle lotte della sua razza, dell'importanza nella storia del suo paese e delle star che può proporre (i soliti Lenny Kravitz, Mariah Carey e Oprah Winfrey), The Butler si sbrodola di compiacimento dimenticando di fare un film significativo, dimenticando di non essere il primo ad aver raccontato quei fatti e di essere, se non altro, in dovere di darne una visione più complessa e non più semplice di quella che conosciamo.