[Cannes 66] Blind Detective, la recensione
In pausa dai polizieschi Johnnie To gira una commedia commerciale con il medesimo rigore che applica al resto della sua produzione. Un eroe.
Anche quando c'è da far commedia Johnnie To non riesce a non girare un poliziesco. In questo caso prende Andy Lau, gli leva la vista e gli affianca una partner d'azione, poliziotta esperta di arti marziali e armi da fuoco con il cuore inquieto mentre lui è ancora innamorato di una tanguera conosciuta prima di diventare cieco. Il MacGuffin è l'investigazione su una comparsa avvenuta anni prima, il punto della questione è girare un film d'intrattenimento leggerissimo con i mezzi del cinema migliore.
Purtroppo come spesso capita ai film orientali ci sono delle lungaggini di troppo verso tre quarti, e si comincia a desiderare una conclusione ma sono dettagli. Blind Detective è la dimostrazione di come sia possibile unire il cinema smaccatamente commerciale e ruffiano con le idee migliori di intrattenimento.
Infatti nel suo agitare uomo e donna in maniera non diversa dalle solite commedie sentimentali americane Johnnie To applica uno stile non lontano da quello impeccabile del suo protagonista. Si muove con grazia, conosce il tango, ama la cucina, si abboffa, si contiene quando deve e al momento del dunque applica ragionamenti inesorabili per fini romantici.
Il cinema migliore.