[Cannes 66] La Vie d'Adele, la recensione
Dotato delle più straordinarie qualità della vita quotidiana, il nuovo film di Kechiche ha la rara capacità di raccontare cosa voglia dire essere umani...
Tutto viene da una storia a fumetti dal medesimo titolo (di Julie Maroh), da cui Kechiche attinge a grandi linee modificando molto e adattando alle sue intenzioni, il racconto della scoperta dell'amore omosessuale da parte di una ragazza di 16 anni.
Nelle tre ore di film stiamo con la protagonista Adele per circa un paio d'anni, in cui lascia la scuola conosce Emma, la frequenta, supera le ritrosie e passa tutti quei tipici momenti che caratterizzano un rapporto sentimentale senza sfuggire nemmeno ad un luogo comune o banalità che coinvolgono tutte le storie d'amore.
Kechiche riesce a raggiungere una trasparenza mostruosa, che solo le grandi serie tv americane moderne, in decine di episodi, possono sfiorare, quel coinvolgimento nella banalità del quotidiano come ci trovassimo di fronte al racconto di un amico, quella partecipazione nella vicenda sentimentale di un'altra persona come se ne avessi seguito tutti gli stadi.
Nelle lunghissime scene di sesso (che lavorano di fotografia per evitare di scadere in pornografia ma non tagliano nulla), nel contatto tra i corpi e come questo è raccontato da rumori e inquadrature (sempre vicine) e nella straordinaria titubanza di Adele (sia ad inizio storia che verso la fine, quando si lascia scappare ciò che pensa per la disperazione), si nasconde un'abilità filmica sconosciuta ai precedenti film di Kechiche, il vero trucco di un film tra i più coinvolgenti dell'anno.