[Cannes 66] Salvo, la recensione
Alla Semaine della critique esordisce una coppia di cineasti italiani con uno dei film più interessanti e sorprendenti degli ultimi 10 anni...
Da quanto tempo l'esordio di un cineasta italiano non iniziava con (in quest'ordine): una pistola nascosta, una sparatoria, un inseguimento e poi un lungo piano sequenza di circa 20 minuti all'interno di una casa in cui un killer e una possibile testimone (non vedente) giocano al gatto col topo tra non detti e tentativi di inganno nel silenzio?
La storia di una guardia del corpo / killer della mafia siciliana che entra in contatto con una ragazza non vedente e invece che ucciderla, come dovrebbe, la risparmia e la nasconde dichiarando a tutti di averla fatta fuori, non vuole riservare sorprese, procede su binari abbastanza usuali perchè non pare essere l'intreccio o anche l'atto dello scioglierlo l'interesse dei due registi.
Il bello di questo film è come voglia stabilire che esiste una possibilità di cinema in Sicilia e con quelle persone, come fosse un test. Prendere dei luoghi e farci i generi in maniera nuova, prendere la campagna e renderla un luogo polveroso da western, creare una storia in cui le persone si trovano effettivamente in mezzo a questa polvere, fermi come duellanti, pronti a spararsi.
Per questo poi alla fine, è un peccato che Salvo si perda per strada, appresso a mutismi che non sono espressivi e una volontà troppo forte di poesia a tutti i costi, capace di rendere il grande colpo di scena dell'inizio una banale allegoria di una nuova rinascita. Se si fosse mantenuto sul registro iniziale, su quell'asciutta volontà di raccontare esseri umani senza indugiare in retorica sarebbe stato un vero capolavoro.
Ad ogni modo: avercene!