Cannes 71 - Dogman, la recensione
Tra malavita, voglia di affetto e una tenerezza sconfinata Dogman dimostra che lo stile pazzesco di Garrone può raccontare qualsiasi cosa
Marcello ha un salone di bellezza per cani e una figlia, da una moglie da cui ha divorziato, che è la luce dei suoi occhi, con lei fa tutto e per lei farebbe di tutto. Vive nella periferia estrema, in un quartiere che pare un villaggio nel quale si vogliono tutti bene e lui è benvoluto. Purtroppo è suo amico anche Simoncino, ex pugile violento e cocainomane che lo vessa, umilia e lo porta a forza sulla cattiva strada. Tutti temono Simoncino, che sparge panico nel quartiere e fa danni, molti meditano soluzioni radicali (in quella zona non si va per il sottile), Marcello però con la sua indifesa tenerezza ne è la vittima preferita.
La vita di Marcello inizia e finisce tra la figlia, i cani e il quartiere e Simoncino la sta mandando in pezzi.
Dogman sbatte in faccia a tutti il fatto che quello stesso stile, che fa sì che ad un posto e alle persone che contiene debbano corrispondere per forza certi sentimenti, funziona pure quando si tratta di raccontare la tenerezza e il lato più commovente dell’umanità.
Di tutto Dogman solo una chiusa (non della storia ma proprio dell’ultima scena) un po’ da sogno, in cui sembra che ciò che si desidera sia a portata ma al tempo stesso irraggiungibile, è un filo fuori posto, ma sono dettagli minuscoli di fronte all’imponenza di quest’opera apparentemente piccoletta in cui vero e falso, attori non professionisti e professionisti (tantissimi e bravissimi a partire dall’irriconoscibile Edoardo Pesce, fino a Francesco Acquaroli e Adamo Dionisi, il compratore d’oro minuscolo-borghese, un ruolo inedito per lui eppure subito perfetto) si mescolano per creare una realtà irreale, allo stesso tempo concreta e sospesa, che smarca subito il film dalla cronaca e dal sociale per posizionarlo nel personalissimo. Perché la forza pazzesca di questo film asciutto e semplice, pensato quasi come una storia breve, in cui davvero è impossibile trovare un minuto che sia di troppo, sta in come Garrone trovi il meglio e il peggio non tanto dei personaggi, ma del pubblico. Dogman riesce a guardare così tanto dentro Marcello (che si apre con una spontaneità il cui merito è anche dell’attore non professionista Marcello Fonte) e così in profondità, da raggiungere gli elementi primordiali che accomunano tutti gli uomini e tirarli in superficie, così da metterci di fronte ai nostri istinti più profondi (violenti e teneri), riconoscendoli in quelli dei personaggi.