Casa Casinò, la recensione
Pensato per le famiglie ma in realtà in grado di massacrare la mitologia quieta del quartiere residenziale, Casa Casinò sta in piedi per Will Ferrell
Si avvicendano gli sceneggiatori ma non cambia il suo ruolo, adulto mediamente scemo e indottrinato in cui batte il cuore di un ragazzino e la voglia di aderire alla mitologia della tv. Stavolta con Amy Poehler (che qui brilla meno del solito) non ha il coraggio di dire alla figlia pronta a partire per il college che non hanno più i soldi per mandarcela. Piuttosto che farlo organizza un casinò illegale in casa sua con un amico ancora più disperato. La dinamica dunque è la solita, un rimedio esagerato ed infantile ad un problema contingente.
Will Ferrell e Amy Poehler stessi, due coniugi che non consumano, si sfogheranno nella violenza in cui li porterà il casinò e che finiranno per smascherare involontariamente una truffa a livelli più alti.
Eppure, di nuovo, sono i dettagli che introduce Will Ferrell a fare la partita. Da un elemento scemo come il fatto che il suo personaggio prova vertigini davanti ai numeri, Ferrell costruisce una serie di gag sempre più penetranti, sempre più inserite nel flusso delle scene, più invisibili e quindi inattese. Pescando dal suo repertorio crea un boss mafioso armato di accetta imbecille come pochi altri. E il suo volto, eternamente ingenuo che trattiene a fatica gli istinti primari mascherandoli così male da far ridere, è il film stesso. Will Ferrell è, in buona sostanza, l'unico che distrugge il mito dell'everyman americano affermandolo.