Cattive acque, la recensione
Invisibile e nascosto dietro lo stile d'inchiesta fondato da Soderbergh, Todd Haynes dirige Cattive Acque pensando al capitalismo che mangia la carne
CATTIVE ACQUE, DI TODD HAYNES: LA RECENSIONE
Questa volta Todd Haynes ha deciso di nascondersi, di rubare la fotografia ai film d’inchiesta di Steven Soderbergh per farne uno tutto suo, in cui le inquadrature sono composte in modi non convenzionali senza che questo abbia davvero un senso, ma montato con la capacità di scomparire e di dare al tempo stesso un grandissimo ritmo ad una trama altrimenti molto noiosa, fatta di passaggi burocratici e scoperte di chimica. Invece il suo Cattive Acque è un thriller in cui sappiamo già tutto fin dall’inizio ma nel quale è un piacere scoprire i meandri di un’indagine che è prima di tutto quantitativa.
La cosa più interessante di questo film è la visione del capitalismo sregolato come un’entità che mangia la carne. C’è una azienda chimica potentissima che fa quel che vuole in un piccolo paese della provincia. Scaricano materiali tossici senza che nessuno gli dica niente perché quei materiali non sono stati dichiarati e quindi sono sconosciuti allo stato. Solo un avvocato, che fino a quel momento ha difeso compagnie chimiche, può incastrarli. Intanto la gente muore o nasce deforme. In un continuo di organi di animali mangiati, marci, deformi e appestati o di neonati deformi che poi sono adulti deformi, tra foto di vere conseguenze (è una storia vera) e immagini di terribile efficacia, si racconta del capitalismo che mangia la gente e gli animali, un sistema cannibale che uccide.
Ed è come sempre bravissimo Mark Ruffalo a recitare l’implacabile costanza di un avvocato che ha un obiettivo. Senza eccedere mai con le espressioni ma cercando di mantenere per quasi tutto il film un’unica aura distaccata che tradisce la partecipazione emotiva, il protagonista di Cattive Acque si mette di lato per lasciare il palco al vero protagonista: il tempo. Il fatto che qualsiasi cosa debba accadere richieda vite intere, che i tempi che impongono le grandi aziende siano superiori a quelli della vita umana, li trascendano e in questo senso gli siano superiori.
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