Cobra Kai, la recensione della prima stagione
La nostra recensione della prima stagione di Cobra Kai, disponibile su YouTube RED
Scritta dagli autori di Harold e Kumar, Cobra Kai è una serie dotata di un grande umorismo di cui fa un uso moderato e giusto. La risata non è l’intrattenimento ma lo strumento per ricordare periodicamente che non stiamo davvero prendendo sul serio questa storia in cui alcuni adolescenti imparano il karate in 3 settimane, è solo una maniera di divertirsi in omaggio al periodo in cui tutto ciò era credibile. E contemporaneamente una maniera per riflettere su quanto sia cambiato nella nostra società.
La serie amplia quest’idea e va subito molto più in là del suo spunto di leggere il sequel moderno della storia dal punto di vista dei cattivi. Johnny Lawrence, 34 anni dopo la sconfitta che ne ha segnato la vita, cerca di rialzarsi ma è costantemente schiacciato dal successo e dal desiderio di Larusso di tenerlo giù, di non consentire la rifondazione del Cobra Kai. La quantità di strizzate d’occhio agli originali è incalcolabile (solo i primi 3 film però, il quarto e poi il remake è come non esistessero anche se a produrre è Will Smith) ma anche molto ben portata. Alcune scene sono riprese pari pari, altre suggerite, alcuni dettagli tornano nello sfondo altri a sorpresa sono in primo piano, mai invadenti. Se si deve fare fan service lo si deve fare così (il calcio della gru avrà sia il suo momento di pura mitologia, sia la sua dissacrazione).
Insomma Lawrence è il tipo che quando gli viene spiegato cosa sia il cyberbullismo ne rimane schifato non per l’azione in sé ma perché “Ai miei tempi c’era un codice, c’era rispetto e certe cose le facevamo di persona!” Alcolizzato che non vede il figlio da anni, sta tuttavia cercando di migliorare la sua vita (e non grazie al cielo di essere migliore). La serie non deve concordare con la sua visione di mondo ma capirne il conflitto e il desiderio di rivalsa. A lui infatti si rivolgerà un branco di nerd e reietti (gli unici che si iscrivono al rinato Cobra Kai) che lui intende trasformare in persone dotate di fiducia in se stessi tramite il karate. Non li accetterà per quel che sono e non li peggiorerà, gli darà la possibilità di lavorare su se stessi. Nessuno scodella la pappa a nessuno.
Per questo Cobra Kai è l’opposto logico di Glee. In quella serie i nerd, le minoranze e tutti i non popolari erano uniti da una disciplina (il canto) che gli dava fiducia in sé e li metteva al centro dell’attenzione per le loro doti, insegnandogli ad accettarsi. Qui gli appartenenti a minoranze trovano fiducia in sé modificando se stessi, capendo che non sono rassegnati ad essere ciò che sono e che non devono per forza accettarsi ma possono cambiare e prendere le redini della propria vita invece che avere paura di farlo. È quell’idea tipica dell’America repubblicana per la quale l’ondata di quello che definiscono “politicamente corretto” (in realtà è solo l’imposizione di una forma di tolleranza che sconfina nell’assenza di autocritica), non fa che portare ad una generazione di smidollati.
In questa serie in cui non ci sono davvero dei cattivi o dei buoni, la grande tensione è data dal capire chi vincerà lo scontro finale (attenzione! È già confermata una seconda stagione).
Di una cosa sola però Cobra Kai è certa, che i più scemi in assoluto sono quelli che usano la tolleranza ostentata per definire se stessi e ingraziarsi le persone, quelli che si posizionano nel settore dei giusti.