Codice 999, la recensione
Il vero poliziesco contemporaneo è come Codice 999, lascia che una minaccia incomba, increspa le acque e crea un'atmosfera sinceramente disperata
Il codice del titolo è quello identifica una situazione in cui un agente è colpito e la cui gravità impone che tutte le unità vengono mobilitate, di fatto lasciando buona parte del resto della città sguarnita. Al centro di tutto c’è un gruppo di poliziotti corrotti che compiono una rapina all’inizio per conto di un grosso boss, il quale però desidera un altro colpo e glielo fa capire uccidendo uno di loro. Questo secondo colpo sarà finalizzato a rubare informazioni e per portarlo a termine serve un codice 999. Il piano è sacrificare un novellino per riuscirci. Il novellino non sarà così facile da sacrificare.
Non deve quindi stupire che la sceneggiatura di Codice 999 sia rimasta a lungo nella black list (l’elenco di script che per un motivo o l’altro non sono stati acquistati da nessuno studio), serviva infatti una chiara visione degli eventi e una mano ferma per gestire così tanti personaggi, stabilire gerarchie cinematografiche tra di loro e riuscire a dar vita all’atmosfera giusta, che nel poliziesco è tutto, viene anche prima della comprensibilità della trama.
Infatti prima ancora che l’intreccio sia tirato, prima ancora di arrivare a metà film, prima ancora di scoprire il fenomenale villain, cioè la moglie del boss, già sappiamo che non c’è scampo per nessuno, come in un racconto di Cormac McCarthy, perché lo vediamo nella faccia di Casey Affleck (attore che sempre di più è una garanzia) o nei capelli e nelle unghie dell'incredibile Kate Winslet (mai vista così eppure perfettamente a suo agio). Ancora lo sentiamo nell’aria, alla stessa maniera in cui un poliziotto esperto percepisce che un’irruzione non andrà a buon fine prima ancora che avvenga.