FILM

Company, la recensione: il malinconico racconto gotico di Casey Affleck è un'inaspettata sorpresa

Casey Affleck arriva in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con una pellicola gotica, Company. Un film che unisce la passione per la narrazione, il cinema di genere e la rilettura di una delle creature più affascinanti del cinema e della letteratura per una lunga riflessione sulla solitudine umana e la costante ricerca di condivisione.

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“Per me raccontare storie non è mai stato inventare qualcosa, quanto scoprirlo”, afferma Casey Affleck durante la conferenza di presentazione del suo ultimo film da regista, Company, un tanto inaspettato quanto sorprendente racconto gotico che ricorda le atmosfere fantasmagoriche di Henry James e le parole ambigue delle narratrici inaffidabili di Shirley Jackson.

La Evelyn di Emily Alyn Lind, che vediamo arrivare in una notte di pioggia impietosa del Natale 1975 in un quartiere borghese dove, dopo aver sbagliato porta convinta fosse quella di tali Benedict, viene accolta da un gruppo di amici in festa, comincia a ricambiare la cortesia raccontando la storia di Tom, un vecchio eremita in punto di morte interpretato da Nick Nolte. La storia è ambientata nel 1953 e, guarda caso, anche il vecchio Tom, nel suo casolare sperduto, viene sorpreso da un’ospite inattesa: una donna svenuta nella neve, persa dopo un guasto del treno su cui viaggiava. Insonne e infreddolita, la donna racconta a sua volta una storia all’anziano uomo ambientata molti decenni prima, che vede protagonisti una coppia di agricoltori accogliere in casa un giovane vagabondo dallo sguardo di ghiaccio e i modi altezzosi.

È così che Casey Affleck dà vita a una pellicola stratificata, dalle atmosfere e colori antichi che profumano d’autunno, un gioco di scatole cinesi fatto di una storia nella storia nella storia, eppure appare chiaro fin da subito che tutte e tre le linee temporali condividano un filo conduttore capace di intrecciare, in un modo o nell'altro, i destini dei rispettivi protagonisti.

Un ospite, una compagnia, una storia antica

Già a partire dal titolo, Company gioca su un doppio significato che attraversa l’intero film, quello dell’ospite che si accoglie in casa e quello della compagnia che si finisce per tenere, volontariamente o meno, con chi bussa alla propria porta in una notte di tempesta. Non a caso la pellicola si apre con una voce fuori campo che richiama l’immagine del corpo umano come una casa per ospiti destinata ad accogliere emozioni sempre diverse, spesso indesiderate.

È un’immagine che si riflette perfettamente nella struttura stessa del racconto, dove ogni epoca ripropone la stessa dinamica di fondo, uno sconosciuto che arriva dal freddo, viene fatto entrare, e in cambio dell’ospitalità ricevuta restituisce una storia, come se il narrare fosse l’unica vera moneta di scambio possibile tra esseri umani condannati alla solitudine.

Interessante rilettura, tra antico e contemporaneo, del mostruoso

Senza nominarlo apertamente, lasciando allo spettatore “l’annoso” compito di metterne insieme i pezzi attraverso una serie di indizi similari disseminati lungo le tre epoche che precedono sempre l’arrivo di uno degli ospiti misteriosi, da come sopraggiungo fino a dettagli più sottili legati al passare del tempo su alcuni dei personaggi, Casey Affleck rilegge un mito mostruoso in particolare, usando l’antico per restituirci una riflessione che ha molto più a che fare con il presente. Non vogliamo scendere troppo nei particolari perché parte della bellezza sospesa e misteriosa, nonché inquietante, del film risiede proprio qui, oltre a generare il collegamento tra le tre storie che rende Company qualcosa di più di un semplice esercizio di stile gotico.

Basti dire che Affleck, come pochi altri negli ultimi anni, riesce a maneggiare questa figura mitologica con un approccio che si allontana tanto dall’urgenza sociale politica di cui viene generalmente caricato, sia dal decadentismo estetizzante di tanto cinema di genere recente, restando più vicino, concettualmente, alla malinconia sospesa di un certo cinema indie, pur muovendosi in un’ambientazione e con una grammatica visiva completamente diverse.

“A chi molto è stato dato, molto sarà chiesto”

Dentro questa frase, pronunciata da Caleb, l’enigmatico giovane vagabondo interpretato da Atticus Affleck – si parliamo del figlio più giovane di Casey Affleck che, tra l’altro, inserisce nella pellicola anche il maggiore, Indiana Affleck – mentre racconta al personaggio di Adelaide Clemens cosa gli sia più o meno accaduto, si condensa il cuore tematico del film.

Dietro l'understatement del racconto gotico, Company riflette su cosa significhi ricevere un dono enorme, quello di un’esistenza che si estende ben oltre i limiti naturali, senza però poter scegliere liberamente di riceverlo, e su quanto quel dono si trasformi presto in un debito da saldare, in un peso da portare lungo secoli di solitudine. Lo stesso Casey Affleck, durante la conferenza stampa, ha spiegato di essere partito da domande più che da risposte, dichiarando di non aver realizzato un film esplicitamente politico ma di non essere comunque impermeabile ai conflitti che attraversano il mondo, chiedendosi se esista un altro modo di elaborare rabbia, dolore e ingiustizia oltre alla vendetta, per poi richiamare Cechov e la sua idea che l’arte non debba fornire risposte, ma soltanto formulare la domanda giusta.

Atticus Affleck, la rivelazione della Mostra

Se le tre attrici del film, Emily Alyn Lind, Caylee Cowan e Adelaide Clemens, restituiscono ciascuna una sfumatura diversa dell’atto di accogliere ed essere accolte, a lasciare davvero il segno è Atticus Affleck, al suo debutto assoluto sullo schermo. Caleb è un personaggio altezzoso, fastidioso, quasi respingente nella propria presunzione, riflettendo alla perfezione quella spavalderia tipica della giovinezza, ma anche quella di chi si è visto sottrarre ingiustamente qualcosa troppo presto, senza ricevere in cambio altro che lo scorrere infinito di un’esistenza con cui non è affatto facile fare pace, caricandolo di sentimenti come rabbia, rancore e vendetta, motivo per cui la sua resa su schermo e carta sia così feroce e spigolosa.

Casey Affleck ha raccontato di aver considerato la direzione dei propri due figli, Atticus e Indiana, una delle esperienze professionali più belle della propria carriera, un’eredità familiare che si tramanda, ha dichiarato, come già accadde a lui con il proprio padre. Guardando Atticus in scena, glaciale e magnetico, è difficile non pensare che il ragazzo abbia ereditato dal padre anche quella stessa aura oscura e sinistra che ha reso Casey Affleck uno degli attori più interessanti della propria generazione, e che oggi sembra pronta a passare, senza troppe cerimonie, alla generazione successiva.

Un’eredità gotica capace ancora di sorprendere

Company funziona un po’ come una piccola summa di tutto ciò che il gotico ottocentesco ha sempre saputo fare meglio, trasformare la paura dell’estraneo in un pretesto per raccontarsi, e il racconto stesso in un rifugio contro il tempo che scorre e la solitudine che resta.

Casey Affleck mette in scena tre epoche diverse ma un unico bisogno, quello di essere ascoltati e, soprattutto, di ascoltare, restituendo alla figura mostruosa non la sua consueta veste di predatore, ma quella più antica e più umana di eterno ospite, condannato a bussare per sempre a porte che non gli appartengono. Non stupisce che a incarnare questa eredità sia proprio un figlio – anzi, ben due! – chiamato dal padre a raccogliere un testimone fatto di oscurità e fascino insieme.

Alla fine, sotto la neve e la pioggia di tre inverni diversi, Company non racconta altro che questo: che ogni storia che accettiamo di ascoltare è già, in qualche modo, una forma di compagnia contro l’oscurità della solitudine.

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