Cosa fai a Capodanno?, la recensione
La nostra recensione di Cosa fai a Capodanno?, da oggi al cinema
Piegatissimo su riferimenti locali alla politica e al qualunquismo, ovviamente intrappolato in un rapporto problematico con il passato e il vintage, determinato a fare dei personaggi delle macchiette (l’introverso, l’ex ricca, la coatta gelosa, il ladro duro, il politico arraffone, la ragazza chiusa in sé attaccata al cellulare…) e contrappuntato dall’avventura di due caratteristi che dovrebbero portare il catering alla baita ma non arriveranno mai, Cosa fai a Capodanno? promette tutto e mantiene nulla. Non ci saranno abbastanza sangue, sesso, rapine, azione e vendette, questo nonostante più volte il film faccia intendere che lì vuole andare a parare, a partire da un inizio assurdo che dovrebbe far esplodere un po’ di splatter all’improvviso annunciandolo però mille volte prima che accada.
Eppure ciò che lascia più perplessi è che questa storia, con tutti questi intrecci e questi svelamenti che alle volte necessitano di flashback per venire a galla, non sembra arrivare da nessuna parte. Se in Perfetti Sconosciuti (co-sceneggiato da Filippo Bologna) tutto l’intreccio portava all’emersione dei segreti inconfessabili di quelli che si credevano amici, qua i vari eventi di cui siamo testimoni non convergono verso un unico significato ma sono tutti parte di singole piccole parabole sterili.
Tutti i mutamenti che subiranno i personaggi tra tradimenti (forse) attuati, prime volte, illusioni sull’amore, umiliazioni e anche morti non hanno nessun senso nell’economia del film. Sono svolte che più o meno attendiamo e che quando si presentano non contribuiscono né a un significato che sia superiore alla somma delle singole parti, né ad un mood particolarmente originale o allucinato (come potrebbe essere per il cinema dei fratelli Coen). La mancanza di senso insomma non è nemmeno cercata, come del resto non ci portano a niente i simbolismi che mettono Haber in una posizione cristologica.