[Cannes] Cosmopolis, la recensione
Non semplice e per nulla commerciale, il nuovo film di Cronenberg è un racconto non lineare che declina il senso ultimo della decadenza e del crollo. Umano e sociale...
C'è un romanzo strano forte che viene adattato per il cinema da un regista strano forte anche lui. Il secondo non tocca quasi nulla dei dialoghi del primo, pensando solo a riorganizzare la narrazione per il medium che usa. In più come in una cover musicale (parole dello stesso regista) non cambiando niente di parole e melodia, spazia in creatività su tutto il resto.
C'è tutto il senso stesso di mutazione nelle 24 ore in cui si svolge la non-storia delirante di Cosmopolis, il mutamento cronenberghiano che diventa decadenza di una persona singola e di una società che gli sta intorno. I ratti che contagiano tutto, le rivolte, il vandalismo e ancora il funerale con bara di vetro, le donne, il sesso e infine il grande confronto. Un film che diventa postatomico senza l'atomica.
Il viaggio del protagonista verso la propria infanzia (il barbiere del padre per l'appunto) è ricostruito con un eccesso di verbosità e dialoghi al limite del metaforico spinto (forse la cosa peggiore), oltre a un percorso interiore che è odissea esteriore. Ci sono pochissimi (se non nessun) riferimento effettivo a Il posto delle fragole ma è invece presente un'implicita idea di seguire quell'idea di racconto e percorso "narrativo".
Insomma si tratta di un film tutt'altro che facile, tutt'altro che commerciale e forse tutt'altro che pienamente riuscito. Lo stesso però è un'esperienza che non si dimentica in fretta nè si può liquidare in due parole.