Countdown, la recensione
Tech-horror di media riuscita, Countdown sprofonda nell'abisso della vergogna per come abusa delle mode e cerca disperatamente di fingersi contemporaneo
COUNTDOWN, DI JUSTIN DECK - LA RECENSIONE
Ci sarebbe da derubricare facilmente Countdown a horror passatempo, film senza idee ma con una fattura onesta, se non fosse che abusa senza vergogna di temi, notizie, figure, culture e movimenti per innalzare uno statuto che invece il suo linguaggio per immagini vorrebbe ben più basso.
Insomma non muore chi si ubriaca e fa sesso ma chi viola le condizioni di utilizzo (un'idea carina, assieme all’hacker che ha fatto scuole cattoliche e quindi capisce il latino che sta tra le righe del codice dell’app, anche se entrambe sono più vicine alla parodia che a un horror sensato) e l’immaginario cui il film fa riferimento, la maniera in cui rappresenta la morte, i demoni e tutto il circo che gli gira intorno è così povero, ma così povero da dover continuamente salvarsi tramite il jumpscare. Vorrebbe essere una variazione sulle idee di demonio di 60 anni fa di Rosemary’s Baby ma non ne ha né la classe né la capacità di far galoppare l’immaginazione dello spettatore intorno a ciò che mostra.
Fino a qui è per l’appunto un horror fatto in serie, simile agli esperimenti migliori nel genere ma non a quel livello di qualità, uno che fa leva sull’atteggiamento molto comune che porta a sottovalutare ciò a cui aderiamo e ciò che facciamo online, senza pensare che la tecnologia abbia delle conseguenze. Quello che fa arrabbiare è come in maniera totalmente pretestuosa e maldestra voglia cavalcare mode e gusti del pubblico ad esempio proponendo un prete nerd, caratterizzato così male da dovergli mettere in bocca la frase “La Bibbia è come i fumetti” per riconoscerlo come tale, oppure, ancora peggio, come fa del #metooxploitation.
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