Crime 101 – La Strada del Crimine, la recensione: la strada dei buoni e dei cattivi è percorsa dagli stessi sogni
Con un super cast che comprende, tra gli altri, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo e Halle Berry, Crime 101 – La Strada del Crimine è il raro caso di un thriller che osa andare oltre le convenzioni del genere
Seppure molto della superficie ruvida e patinata (insieme si può) di Crime 101 – La Strada del Crimine porta dritto al cinema di Michael Mann – il genere come pretesto per l’esplorazione psicologica, l’immagine e la sua implacabile geometria, il culto dell’(anti)eroe meticoloso, i riflessi esistenziali – il film scritto e diretto da Bart Layton, a partire dal racconto di Don Winslow, funziona con un certo grado di autonomia. Non si fa strozzare dagli illustri riferimenti tirati in ballo, a torto o a ragione, per contestualizzarlo e raccontarne pregi, limiti strutturali e motivi portanti. Non è il solito thriller, il solito thriller sul sottobosco criminale di Los Angeles, tanto per intenderci sull’etichetta. Il genere e le sue idee fisse – inseguimenti, tensione, opacità dello spettro morale – servono al regista e al notevole cast per parlare d’altro: della profondità e della complessità dell’animo umano, dei sogni dei buoni e dei cattivi e di come provare a realizzarli. Passano tutti per la stessa strada.
La strada è una metafora: oltre il thriller, c’è l’interiorità dei personaggi
Si chiama US 101, attraversa Los Angeles dopo essersi fatta un giro lungo la West Coast, ma è il segmento californiano quello che preme a Bart Layton. Più un vettore esistenziale che una strada, almeno nella valenza metaforica che il film si sforza di attribuirle: la 101 è la rotta condivisa di buoni e cattivi, anime perdute in cerca di riscatto. Due sono gli elementi di coerenza per questo thriller corale dalla vocazione filosofico-esistenziale: la strada e i desideri inappagati di chi la attraversa. A suggerire la natura tentacolare e aggrovigliata delle traiettorie ci pensa l’insistente afflato “reticolare” del montaggio: quello che un personaggio dice, fa o pensa finisce sempre per condizionare la vita degli altri.
James Davis (Chris Hemsworth) è un rapinatore professionista. Ha un’etica inappuntabile, una professionalità di ghiaccio, ma il sangue freddo cigola dopo un colpo di gioielli da cui esce per il rotto della cuffia. Vuole fermarsi, ma il capo (Nick Nolte) non ci sta e gli mette alle costole un criminale totalmente fuori controllo e senza moralità (Barry Keoghan). James fa i suoi colpi con criterio, colpisce solo lungo la 101, e di questo si è accorto l’unico poliziotto onesto della città, Lou Lubesnik (Mark Ruffalo), a metà strada tra la dolente moralità di Frank Serpico e il genio stropicciato di Colombo. Lou, che vede il suo rapporto con la compagna (Jennifer Jason Leigh) naufragare proprio mentre James prova a costruirsi una nuova vita con Maya (Monica Barbaro), entra in contatto con l’assicuratrice Sharon (Halle Berry), intrappolata in un lavoro senza prospettive. La risposta ai problemi dei personaggi – il colpo grosso – è il miraggio di una gratificazione materiale che il film usa solo come cortina fumogena. In realtà parla d’altro: di soddisfazione spirituale, di pace interiore, di realizzazione.Non solo thriller, ma definizione delle psicologie e afflato esistenziale
Crime 101 – La Strada del Crimine non commette l’errore di scimmiottare l’insuperabile modello, Heat (1995): evita di inquadrare il racconto corale in una macro-ottica esistenziale – Bene vs Male, l’uno senza l’altro non può esistere – e intanto prova a confondere le acque, a ribaltare i ruoli. Buoni e cattivi sono le due facce della stessa maledetta medaglia. La posta in gioco collettiva è la sopravvivenza e, in estrema sintesi, è di questo che parla il film: delle cose che si fanno per sopravvivere, per riempire il vuoto, per sentirsi finalmente soddisfatti.
Per riuscirci, Bart Layton usa il genere, la forma thriller, per quello che di palpitante e adrenalinico può offrire – inseguimenti, suspense, meticolosa preparazione del piano, interferenze del destino – cercando nel frattempo di allargarne lo sguardo. Non si tratta solo di rapine, ma del prima e del dopo, e di quello che succede (prima, durante e dopo) nella tormentata interiorità dei personaggi. Il film parte dal corpo, dalla meccanica del thriller – le convenzioni del genere declinate con scrupolosa puntualità – per arrivare all’anima, alla definizione delle psicologie, all’inquadramento esistenziale. Più pathos a scapito dell’azione, non sacrificata ma ridiscussa. Funziona?
Le cose che funzionano, e quelle che funzionano un po’ meno
Funziona, nella misura in cui il film irrobustisce il solido storytelling di genere con una rinnovata profondità psicologica, restituendo alla sala cinematografica un’idea di thriller dalla notevole densità – di fatti e di caratterizzazioni – che in tempi recenti era di casa sulle piattaforme. Servirebbe, però, un’altra fluidità a Bart Layton per mixare fisicità del genere e introspezione: è tutto più didascalico e “visibile” del necessario, abbastanza macchinoso. La mancanza di sottigliezza è, del resto, un limite strutturale del cinema americano contemporaneo.
Di buono, in Crime 101 – La Strada del Crimine, c’è una Los Angeles spersonalizzata, ridotta a un anonimato di cemento – strade, svincoli, garage, interni asettici – per non togliere spazio ai personaggi e non soffocare l’esplorazione delle psicologie. E c’è il bel lavoro che Chris Hemsworth fa su sé stesso, per uscire dallo stereotipo del divo d’azione e aprirsi a una vulnerabilità inedita. Altrove, il film prende alla lettera profilo e carisma degli interpreti per non disorientare lo spettatore: l’emotività nervosa e malinconica di Mark Ruffalo, l’energia inquietante di Barry Keoghan, l’intensità non retorica di Halle Berry, la ruvidezza fragile di Nick Nolte. Senza stravolgere il canone del genere, senza scrollarsi di dosso un’impressione di rigidità didascalica che non giova alla causa, Crime 101 – La Strada del Crimine prova a scuotere il thriller guardando dentro i personaggi. Più dei risultati, comunque apprezzabili, stavolta conta il fatto di averci provato.