Death Note, la recensione
L'adattamento americano del manga giapponese Death Note comprime tutto il comprimibile e, tra le molte componenti, sceglie di concentrarsi sul romanticismo
Se i giapponesi stessi, nel momento di comprimere i lunghi archi narrativi dei fumetti o delle serie anime in un solo film fanno molta fatica con lo storytelling, gli americani non sembrano essere da meno. La storia del libro che il demone della morte Ryuk (doppiato dall'inconfondibile Willem Dafoe) porta sulla Terra per il proprio divertimento, affidando ad un ragazzo sveglio ed outsider la possibilità di vedere ucciso qualunque persona lui conosca di nome e volto solo scrivendolo su una pagina del suddetto libro, diventa un teen movie molto “teen”, confuso ma visivamente impeccabile.
Traballa, barcolla, scivola e rischia sempre di crollare ma non lo fa maiPer fortuna tutto il progetto è andato in mano ad Adam Wingard, bravissimo a sintetizzare molto con poco, a cui bastano alcune immagini per raccontare una svolta, suggerire una colpevolezza, mostrare una morte. Perché nei 100 minuti del film ne devono accadere di cose. E addirittura Wingard riesce a ritrovare i colori del suo esordio indie (l’assurdo Pop Skull) modificati nell’epoca post-Drive, tutto fluo, neon e doppia dominante con musica elettronica di sottofondo. Una versione impeccabile del romanticismo perduto contemporaneo che, nella notte, mette insieme due ragazzi che cercano di essere uniti dall’essere giustizieri a distanza. Questa mescolanza, questa suggestione adolescenzial-sentimentale è senz'altro la grande vittoria sul cui altare Death Note sacrifica un po' tutto il resto.
Molto si potrebbe dire sul fatto che il principio stesso di Death Note (il manga è del 2003) si adatti perfettamente all’era dell’azione via internet, cioè fare con facilità e a distanza quel che si dovrebbe fare con molto sforzo e sporcandosi le mani. Uccidere qualcuno dall’altra parte del mondo scrivendolo in pochi secondi è la versione perversa dell’attivismo da click. Ma l’impressione è che più che prendere di petto i paralleli con i mutamenti sociali, Wingard si diverta con la parentela (solo visiva) che le scene di morte hanno con quelle di Final Destination, il fato ineluttabile che bussa alla porta delle persone che non possono evitarlo, attraverso una serie assurda di coincidenze mortali, e soprattutto che sia innamorato della sua attrice, del rapporto tra i due (non a caso molto cambiato rispetto al fumetto), come lei guarda il protagonista, il suo amore contaminato da desiderio di potenza e la brama di comando.