Diabolik - Ginko all'attacco, la recensione
Il secondo film della serie dei Manetti su Diabolik conferma tutto quello che si era visto nel primo solo con molte più ambizioni
La recensione di Diabolik - Ginko all'attacco, al cinema dal 17 novembre
I personaggi risiedono ancora in un altrove, non sono stati cioè portati sulla Terra, non hanno una personalità umana ma hanno una specie di distacco che li rende lontani e astratti, sembrano non poter esistere al di fuori delle scene dei colpi, e così i rari momenti in cui vediamo la loro vita privata sono un disastro di inadeguatezza. Stavolta Eva Kant e Diabolik interagiscono di più (all’inizio e alla fine, mentre per il resto del film sono separati) e le note ordinarie di una ragazza che fa richieste al fidanzato più ombroso suonano subito fuori contesto con la natura altera e nobile della loro arte criminale. Ancora una volta sono loro esteticamente (anche più di prima perché Gianniotti ha pure il fisico giusto) ma non sono mai loro quando parlano o interagiscono.
Intorno agli attori una disposizione nelle inquadrature terribile (ancora una volta, insegue il fumetto originale senza pensare a cosa funzioni sullo schermo), una scrittura dei dialoghi folle (per sentenze, come nel fumetto, ma non come nel cinema) e le noiosissime e continue spiegazioni ammazzano ogni ritmo prima che l’azione compassata e gli inseguimenti condotti camminando non finiscano il lavoro. Una scena in un bar con protagoniste 5 ragazze, oscillante tra toni sexy, di commedia e poi da poliziesco duro, è forse l’esempio migliore della fatica nello scrivere questo film e poi nel metterlo in scena con queste ambizioni.