Disco Boy, la recensione
L'immigrazione in Disco Boy è raccontata quasi al contrario, da un migrante che rifiuta il paese di destinazione e la morte del proprio sè
La recensione di Disco Boy, al cinema dal 9 marzo
Un’altra delle diverse cose interessanti di Disco Boy infatti è il ribaltamento del solito conflitto. Non è in questo caso il paese d’arrivo a rifiutare il migrante (anzi la Legione straniera promette e assicura integrazione, in cambio di morte) è il migrante che comincia a rifiutare questa nuova destinazione, nuova vita e nuovo mondo. Lo farà lungo una seconda parte non a fuoco quanto la prima, che mescola questa trama con altri fatti e personaggi africani, che punta sull’astrazione e sulla disco del titolo. Musica elettronica e i neon di Hélène Louvart (che gli sono valsi l’orso d’oro per il miglior contributo tecnico) per raccontare una specie di perdita di sé tra il tribale e il moderno, la fusione con un altrove e un momento di trascendenza che chiude il cerchio per questo protagonista.
È raccontato bene Disco Boy, almeno fino a quando lo vuole, quando invece inizia a cercare con maggiore insistenza una dimensione superiore (sia per il personaggio, che per il film stesso), arranca di più e mostra un po’ di fatica. Quando comincia la deriva mentale del suo protagonista, tra violenza criminale, ricordi di violenza perpetrata, morti lasciati dietro e ipnosi del ballo, anche Disco Boy sembra più ondivago, meno concentrato e così desideroso di entrare in contatto con un senso superiore da cercarlo ovunque. Il risultato è stimolante più visivamente che concettualmente.