Django Unchained, la recensione
Diviso tra grandi spazi ariosi e i soliti momenti di dialogo in interno, l'ultimo film di Tarantino non è tutto sui medesimi livelli. Ma quando ingrana, come sempre, non ce n'è per nessuno...
Per la prima volta costretto a passare diversi minuti all'esterno Tarantino svela una sua, insospettabile debolezza. Straordinario narratore di interni (come nessuno, oggi, e come pochi, ieri), all'aperto è a disagio.
Dopo Bastardi senza gloria altri oppressi, che gli stanno ancora più a cuore. Una trama lineare fatta di astuzie, stratagemmi (come negli spaghetti western) e impennate di violenza che, come nei momenti migliori di Kill Bill fondono eccitazione, soddisfazione ed umorismo. Tanto più una morte è sentita e cruciale per la vendetta, tanto meglio sarà mostrata, tanto più è bastardo il deceduto, tanto più sangue schizzerà in maniera iperbolica. La violenza è sempre stata una metafora forte e importante per lui, un rimpiazzo per i sentimenti, l'umore e il tono. Qui non si fa eccezione.
E per la prima volta dopo 8 straordinari film Quentin Tarantino sembra avere anche una morale, un fine più alto e nobile del puro divertimento raffinato di cui è maestro. Per la prima volta un suo personaggio è mosso seriamente da un ideale che cresce e matura dentro di sè, con un'onestà mai così convincente. Per la prima volta sembra volersi sporcare le mani con l'idealismo invece che lavarsele con l'ironia (che pure non manca).
Come già si era visto in Bastardi senza gloria, la tensione è costruita attraverso un acuto gioco di psicologie e dialoghi (e non più con eventi iperbolici o piani da mettere in pratica), l'umorismo irrompe nei momenti più imprevedibili (senza mai scombussolare le carte però) e i personaggi riescono a dare il meglio di sè, rivelandosi per le creature postmoderne e sfaccettate che sono.
C'è una lotta mortale tra due mandingo, portata avanti con indicibile violenza in pochi metri quadrati dentro un rispettabile salotto, giusto per sollazzare gli schiavisti, un combattimento consumato tra tifo moderato, drink, un caminetto accesso e ossa spaccate. Un momento di cinema di un controllo e di un'inventiva unici, un grido di dolore perso tra le risate, la più grande sineddoche (paradossalmente attraverso un'iperbole) del film.
Materia fuori dal comune, sfide impossibili per chiunque non sappia sia scrivere che girare a simili livelli. Peccato che non tutto il film sia così.