Due procuratori, la recensione: Loznitsa e l’horror del potere nel Terrore staliniano
Dal gulag di Demidov al cinema di Loznitsa: Due procuratori è un racconto spaventoso del potere sovietico, un film che trasforma il realismo in horror politico
La storia dietro Due procuratori, il nuovo film di finzione di Sergei Loznitsa, è dolorosa quasi quanto quella che il film racconta. Parte dalla vicenda di un fisico, Georgij Demidov, condannato a otto anni di carcere durante il dominio di Stalin per ragioni politiche, rimasto nei gulag per quattordici anni e divenuto poi scrittore che nessuno volle pubblicare fino a dopo la caduta del Muro di Berlino, soprattutto perché raccontava ciò che accadeva nelle prigioni sovietiche. Tra le sue opere c’era una novella, dallo stesso titolo del film, il cui manoscritto venne confiscato dal KGB negli anni ’80 e restituito alla famiglia solo ventinove anni dopo.
Loznitsa tra documentario e finzione: il rigore delle fonti
La storia è quella di un giovane procuratore che si ritrova sulla scrivania un documento che avrebbe dovuto essere distrutto: la richiesta d’aiuto, scritta col sangue, di un uomo — suo ex professore — rinchiuso da troppo tempo e sottoposto a continue violenze. Dopo aver visto di persona la situazione, decide di intraprendere la strada per combattere quell’ingiustizia, cercando di arrivare fino al procuratore generale dell’URSS. Ma la strada sarà dura e pericolosa.
Loznitsa, conosciuto soprattutto per il suo lavoro di documentarista, applica lo stesso rigore delle fonti anche quando scrive sceneggiature: qui, per esempio, oltre alla novella citata, raccoglie elementi da altri racconti di Demidov (raccolti in Vite spezzate, edito da Le Lettere) per costruire una riflessione sull’abisso del potere, sul Terrore staliniano e sulla paranoia divenuta unico orizzonte e unica possibilità di sopravvivenza per chi vive sotto il regime.Un mondo-prigione: scenografie, formato 4:3 e claustrofobia
Ciò che rende di grande livello e impatto Due procuratori è però il modo in cui il regista ucraino mette in scena quella storia, il modo in cui dà forma e colore a quell’abisso. Innanzitutto con una struttura che ricorda la grande narrativa russa (e che è un po’ il leitmotiv del cinema post-sovietico), fatta di macro-sequenze giustapposte che hanno l’ambizione di immaginare e costruire un mondo, più che semplicemente raccontarlo, dentro cui emergono poco alla volta — tra un dialogo e un’attesa — le questioni profonde di quell’universo. Poi con le immagini desaturate, quasi monocrome, di Oleg Mutu, accese qua e là da sfumature o toni più marcati, che restituiscono non solo l’atmosfera politica della Russia dell’epoca, ma soprattutto quella emotiva generata dalla paura.
Ma soprattutto il lavoro di Loznitsa diventa grande attraverso la ricerca, la scelta e il design delle scenografie di Jurij Grigorovič e Aldis Meinerts che, insieme al formato 4:3 e a quei colori lividi, riescono a mostrare un mondo che è, di fatto, una prigione: fatto di stanze e spazi chiusi senza via d’uscita, batterie d’allevamento in cui la burocrazia vieta ogni moto personale, ogni possibile libertà, incutendo paura con gli sguardi, i toni delle parole, i minimi movimenti del corpo. Gabbie dove tutto può spalancare le porte dell’incubo (la cella di Stepnjak ha sulle pareti le stesse ferite e piaghe che l’uomo porta sul corpo). Di questo va dato grande merito anche agli attori, capeggiati da Aleksandr Kuznecov, bravissimi a recitare sempre tra le righe, spesso sotto.
Il potere come mostro quotidiano: un horror politico
Due procuratori ha il rigore documentario caro a Loznitsa, nel lavoro sulle fonti e nella ricostruzione, ma al tempo stesso usa la forma guardando al grande cinema: fa della fissità e della staticità un correlativo oggettivo del regime sovietico e del potere, e del suo ritmo lento uno strumento per acuire la tensione. In questo modo il film diventa uno dei ritratti più spaventosi del potere, della sua natura mostruosa e insieme ordinaria, della burocrazia come anticamera dell’inferno. Un horror, a suo modo.