Dumbo, la recensione
Il secondo adattamento Disney di Tim Burton è in linea con la sua poetica ma non sembra il suo film più riuscito
Questa volta Tim Burton non deve adattare a sé l’ennesimo remake o adattamento della sua filmografia (siamo a ben 7 su 19 titoli totali), perché Dumbo è già una storia da Tim Burton, una di emarginazione in cui i diversi e gli esclusi si uniscono per trionfare su una massa che li disprezza fino a che non si dimostrano migliori di loro. Ma se il film originale era una storia di american dream, in cui per essere integrati bisogna trovare il successo, questo remake cerca di andare altrove, sbriga la trama che conosciamo in 20 minuti (con una valanga di riferimenti, citazioni e strizzate d’occhio alle scene e i personaggi più noti del film, tutti tranne i corvi, cancellati dalla memoria per il loro retrogusto un po’ razzista) e poi la supera sconfinando in una storia di umani e animali.
Tutto questo impeccabile burtonismo si scontra però con una realizzazione non impeccabile. Dumbo è un film con un montaggio discutibile, in certi casi poco comprensibile (segno di una mano non sicurissima sul set) e non sempre gli effetti digitali sono a livello delle creazioni più clamorose (su tutte il protagonista). Ad esempio quando Eva Green cavalca Dumbo tra montaggio mirato a nascondere ed effetti non perfetti si ha la sensazione che si voglia far vedere il meno possibile e sbrigarsi a chiudere la scena.
E se il film si salva centrando il tono tenerissimo di una parabola che come l’originale è destinata a un pubblico molto infantile, a non uscirne benissimo (di nuovo) è Tim Burton che in una storia perfetta per lui confeziona un film che raggiunge l’obiettivo più superficiale (tenerezza, commozione, pubblico infantile) mancando quelli più seri che invece poteva conquistare.