Dungeons & Dragons - L’onore dei ladri, la recensione
Senza originalità nella messa in scena ma con una scrittura capace di traghettare tutto il pubblico Dungeons & Dragons trova la sua unicità
La recensione di Dungeons & Dragons - L’onore dei ladri, il film in sala dal 29 marzo
Tutto parte da una prigione e si snoda attraverso scenari diversi alla ricerca di un oggetto magico che possa fare un miracolo. In omaggio al gioco di ruolo da cui tutto prende le mosse si creerà una compagnia di viaggio in cui ogni personaggio più che avere un carattere ha un ruolo, cioè ha una funzione e delle abilità che tornano utili, ma che poi il film è bravo a mettere in relazione. La compagnia quindi non funziona solo nelle sue azioni ma anche nelle sue interazioni: l’uomo sbruffone di cervello, la donna d’azione, il mago insicuro e la ragazza sveglia, più o meno questa la suddivisione a cui sì contrappone un ordine di maghi cattivi.
È l’apoteosi di Jonathan Goldstein e John Francis Daley, sceneggiatori e registi del bel Game Night e sceneggiatori di Spider-man: Homecoming e Piovono polpette 2, artisti della scrittura umoristica e avventurosa, specializzati in action comedy che qui, al primo film con budget sostanzioso non tradiscono e anzi consegnano un prodotto sopra ogni aspettativa. Il lavoro di ogni sceneggiatore moderno di blockbuster lo sanno fare: da un lato tengono fermi gli elementi dell’adattamento (è tutto un tripudio di oggetti magici che consentono nuovi avanzamenti, sotterranei, incontri e scontri da vincere con mosse e via dicendo), dall’altro usano la leggerezza come piede di porco per contrabbandare un’azione non eccezionale ma digeribilissima. Così si evita il polpettone che fu l’adattamento del 2000 con Jeremy Irons.
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