E poi c'è Katherine, la recensione
Storia di vecchio e nuovo, la grande presentatrice e comica che viene aiutata da un nuovo arrivo. Eppure E poi c'è Katherine parla davvero di noi
L’attrice Mindy Kaling interpreta e scrive la storia di una donna che viene assunta come autrice di un Late Night Show in decadenza, viene assunta perché a un certo punto la presentatrice e volto simbolo si accorge di non avere donne nel team di scrittura e ne pretende una. Lei è la prima a presentarsi, viene assunta anche se palesemente non ne ha le credenziali ma solo il sogno. Come spesso accade al cinema sarà proprio il suo approccio non convenzionale e privo dei paletti che gli altri hanno sviluppato nella loro carriera a risollevare lo show.
Non è insomma diverso da quello che Hollywood aveva raccontato con State Of Play (nel mondo del giornalismo una blogger deve lavorare con un reporter vecchio stampo) o Il Buongiorno del Mattino (in cui un anchor man di grande integrità si confronta con la conduttrice della frivola trasmissione del mattino perché il network ha bisogno di ascolti) e molti film prima di questi. È la storia di come il vecchio si rinnovi e crei qualcosa di buono tramite il contatto con quel nuovo che non capisce. L’eterno meccanismo da vampiro dello show business: succhiare il sangue dei giovani per rimanere giovani.
Indispensabile al film in questo senso è Emma Thompson, attrice delicata e abilissima nel dare umanità, profondità e carisma al suo personaggio, la grande comica diventata solo una presentatrice, è lei ad evitare che tutto si impantani nel carino e invece possa ambire più in alto. Versione ammorbidita di Miranda Priestly di Il Diavolo Veste Prada, la sua Katherine Newbury è un’anima in pena in cerca di redenzione, pronta a ritrovare il vecchio sé grazie alla spinta della giovane idealista.