Easy Living - La vita facile, la recensione
Languido e dilatato Easy Living non serve bene la sua trama e pare decisamente più concentrato sui dettagli d'epoca che sulla recitazione
L'esordio dei fratelli Miyakawa riesce contemporaneamente a far capire bene cosa voglia essere e a far vedere altrettanto chiaramente cosa non sia.
È chiaro che l’idea è fare un film di frontiera, sia spaziale che temporale. Ambientato a Ventimiglia, l’ultimo baluardo ligure prima della Francia, è la storia di un gruppo di persone che gira intorno ad un circolo di tennis, entra a contatto con un migrante e cerca di farlo passare in Francia. Siamo nel presente e anche se non ci sono più le frontiere lo stesso nel mondo di Easy Living, retrodatato nei costumi agli anni ‘70, la polizia ferma quasi tutte le macchine che si recano in Francia.
L’impressione è quasi subito che tutta quest’attenzione non sia stata messa anche nella recitazione (molto poco curata) e nei tempi di un film che butta minuti invece che cercare di farne economia. Il quartetto formato dalla trama vive in un blocco (anche spaziale) in quel luogo così strano e inusuale (per il cinema) che è Ventimiglia. Alla fine uno solo dei personaggi riuscirà a superare un po’ metaforicamente, un po’ realmente questa situazione. Per arrivare a ciò nonostante la durata breve 93 minuti, il film risulta sempre languido, allungato, incapace di andare al punto. Come far indossare un vestito abbondante ad un corpo magro.
I fratelli Orso e Peter Miyakawa, che Easy Living l’hanno anche scritto, volevano evidentemente rompere qualche regola non scritta, creare una dimensione visiva unica e cerca di spiazzare ma lungo tutto il film non forniscono nemmeno un buon motivo per farlo. Momenti come l’inizio, in cui il montaggio stacca su chi sta parlando solo quando questi ha finito di farlo e un altro, fuoricampo, ha cominciato (invertendo il principio del campo/controcampo) o quelli in cui esibiscono un umorismo raramente centrato (e non c’è cosa peggiore di capire che un film sta cercando di far ridere) sembrano più finalizzati a mettere in mostra un’aspirazione che un risultato.
Non aiutano ad affezionarsi ai personaggi, che tra di loro non stringono mai legami che percepiamo come significativi, e non aiutano a seguire una storia che già di suo fatica ad avanzare.
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