Educazione fisica, la recensione
Il problema di Educazione fisica non è certo il suo presupposto ma la maniera in cui si bea della rappresentazione che fa dell'esistente
La recensione di Educazione fisica, il film scritto dai fratelli D'Innocenzo in uscita il 16 marzo al cinema
La storia è divisa in due parti: prima un gruppo di genitori è radunato nella palestra fatiscente della scuola dei loro figli dalla preside per comunicargli che proprio i loro figli hanno violentato una compagna. Poi quello stesso gruppo di genitori dovrà decidere cosa fare in seguito alle proprie azioni e reazioni. Nella prima parte l’intento è palesemente quello di mettere in scena i consueti schieramenti e il dibattito intorno ai casi di stupro: dal dare la colpa alla vittima fino all’argomentazione che denunciare il tutto sarebbe dannoso proprio per la ragazza. Il loro obiettivo è assolvere i figli a tutti i costi e insabbiare, la preside invece cerca di far ragionare i genitori sempre più mostri.
È questa la parte più schematica, quella in cui Claudio Santamaria interpreta il patriarcato e in cui Angela Finocchiaro e Sergio Rubini dimostrano l’equivalenza tra classi sociali di fronte alla considerazione delle donne. I personaggi in tutta quella fase sono incarnazione di posizioni sociali e l’intreccio non fa che ratificare le loro nature invece che metterle in crisi. Questo fino a che un evento non cambia le carte in tavola e apre il film alla sua seconda parte in cui assistiamo ad una battaglia di intelligenze intente a difendersi e ognuno deve mascherare se stesso. Lì anche la recitazione stantìa della prima parte di colpo migliora e il film trova l’equilibrio che mancava all’inizio.