Estate 1993, la recensione
Nell'estate del 1993 la piccola Frida cambia famiglia, va a vivere con lo zio. Non sarà facile anche se sarà molto ordinario
Vediamo i primi mesi di questa vita rurale che non va proprio a genio a Frida, il rapporto complicato con la più piccola Anna e quello ancora più difficile con i nuovi genitori che chiama “mamma” e “papà” anche se non va daccordo con la prima ed è un po’ attratta dal secondo. Loro di contro sono comprensibilmente più attaccati alla figlia naturale. Le visite dei nonni non fanno che ribadire come il nucleo sia unito e complicato, oltre al desiderio di Frida di scappare, di rifugiarsi in piccole preghiere futili ad una madonnina in una nicchia.
Talmente è sottile e abile Estate 1993 che arriviamo alla fine senza aver realizzato esattamente quanto di buono si è visto, tale era la naturalezza con cui scorreva davanti ai nostri occhi, è solo un piccolo pianto immotivato nella chiusa (un vero colpo di cinema da parte di Carla Simon, regista e sceneggiatrice esordiente) che spezza tutti gli indugi e si colloca come l’ultimo tassello di un grande puzzle, quello che consente di comprendere la grande figura e spiegare cosa abbiamo visto.
Frida ha maturato un sentimento che non conosceva, uno per il quale non c’è un nome e che si colloca a metà tra la profonda tristezza di una famiglia persa e la consapevolezza che la gioia per una nuova guadagnata è la pietra tombale sulla precedente, la vertigine emotiva della fine di un’era della propria vita in seguito alla fine dei suoi protagonisti. Un sentimento che compare all’improvviso ed è così forte e così difficile da gestire per una bambina che la fa piangere senza un perché. Ma noi lo capiamo.