Fall, la recensione
Accetando la propria natura di film-dispositivo Fall marginalizza le velleità intimiste al di là della sua portata e vende bene la vertigine
La recensione di Fall, il film in uscita in sala il 27 ottobre
Fall fin dal titolo lo promette con una certa insistenza e si adopera benissimo per arrivare al massimo della vertigine su schermo. Come in Cliffhanger la storia è messa in moto da un incidente durante una scalata, Becky perde il suo fidanzato davanti agli occhi dell’amica Shiloh. Sarà proprio Shiloh che, passati i classici mesi come recita la sovrimpressione, convince Becky che per superare quel trauma e ricominciare a vivere (attenzione che qui c’è il salto carpiato) deve compiere con lei una scalata molto meno sicura, più stupida e mai tentata prima. Insieme salgono sulla cima di una torre radio da 600 metri e regolarmente arrivate sulla minuscola piattaforma che sì trova in cima rimangono bloccate.
La svolta di Fall sta tutta nell’aver accettato la propria natura di macchina della vertigine e film-dispositivo di tensione e quindi aver lavorato su due direttrici: la maggior verosimiglianza possibile (non è stato girato a 600 metri di altezza ma a 20 metri sopra una collina, in modo che l’orizzonte della vallata fosse effettivamente lontano e basso) e una recitazione che più che veicolare sentimenti, emozioni e complessità interiore, ha il compito di vendere la paura, vendere la tensione e il pericolo. Ci riescono Grace Caroline Currey ma soprattutto Virginia Gardner, con una dedizione encomiabile alla causa.