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Far East Film Festival 2026, la recensione di Kokuho: perdere gli amori per custodire la tradizione

Un mélo potente e visivamente sontuoso che attraversa cinquant’anni di storia giapponese: Kokuho racconta ambizione, identità e sacrificio nel mondo del kabuki, tra rivalità familiari e arte totalizzante

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È cominciato ieri sera il Far East Film Festival di Udine, il festival dedicato al cinema dell’Estremo Oriente, specie quello a vocazione più popolare, che giunge nel 2026 alla sua 28^ edizione. BadTaste, media partner dell’evento, vi racconterà ogni giorno uno dei film più attesi e interessanti del ricchissimo programma, aperto ieri da We Are All Strangers, chiusura della trilogia della crescita diretta dal singaporiano Anthony Chen.

Kokuho, uno dei film più attesi della 28^ edizione del Far East

Il film di cui però parliamo oggi è uno dei più attesi dal pubblico di Udine, un’opera che, dopo l’anteprima al festival, sarà nelle sale dal 30 aprile: ovvero Kokuho, film giapponese che è divenuto il maggiore incasso locale per un film non animato, in corsa per l’Oscar internazionale e nominato alla statuetta come miglior make-up, un’opera diretta da Lee Sang-il che racconta un mondo molto preciso, quello del kabuki, una tradizionale forma di teatro giapponese.

Il film racconta la vita di Kikuo, figlio di una famiglia yakuza sterminata dai rivali, che viene “adottato” da un attore di kabuki, grazie al quale può esprimere il suo amore per l’arte e il teatro: questo lo porta ad avere un rapporto di odio e amore col fratellastro, compagno e rivale. Scritto da Satoko Okudera, a partire da un romanzo di Shuichi Yoshida, Kokuho (che significa ‘tesoro nazionale’) segue le vicende di questa famiglia lungo 50 anni di storia, dalla fine degli anni ’60 del Novecento fino al 2014, e lo fa intrecciando il melodramma familiare con l’omaggio a quest’arte arcana eppure molto viva nel cuore giapponese.

Identità perdute e famiglie ritrovate

Lee prende l’essenza di ogni mélo, ovvero la battaglia impari tra i sentimenti e le convenzioni, le tradizioni, gli schemi formali che sono rispettati a prescindere dal dolore, e la usa come schermo per guardare il kabuki, per farlo specchiare con l’intreccio, usandolo come sponda per ampliare il discorso intimo e affettivo e, al tempo stesso, tessere un elogio amaro e realistico di un’arte che impone a chi la pratica la perdita dell’identità (i protagonisti sono due onnagata, maschi che interpretano i ruoli femminili), tanto quella di genere quanto quella sociale, la cui storia pretende di perdere il proprio posto nel mondo.

Lee gestisce l’ampia materia narrativa con abilità e intelligenza, sa rendere la complessità di quel peculiare microcosmo con quella del mondo che lo ospita (breve e struggente l’addio alla figlia illegittima di Kikuo) ed è molto bravo a raggiungere l’iconografia del kabuki, e quella della storia del cinema nipponico, senza perdere d’occhio il fattore emotivo; anzi, facendo del rigore e del fasto estetico il veicolo con cui giungere al cuore del pubblico: lo dimostra il bellissimo finale, con un’agnizione a sorpresa – come melodramma comanda – e un’ultima performance da brividi.

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