Father Mother Sister Brother, la recensione: la famiglia secondo Jim Jarmusch

Approda al cinema il nuovo film di Jim Jarmusch, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia: tre episodi dedicati a ritratti familiari rappresentati fra intimismo e ironia.

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«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo». Sembra difficile applicare la netta distinzione di Lev Tolstoj alle famiglie portate in scena da Jim Jarmusch nei tre episodi di Father Mother Sister Brother: se non altro perché, come spesso accade nell’opera del regista dell’Ohio, felicità e infelicità tendono a intrecciarsi e mescolarsi, come due elementi complementari di cui è costituita l’esperienza umana. Le tre famiglie descritte in Father Mother Sister Brother sono felici o infelici? Jarmusch non si preoccupa di fornirci una risposta: il suo film ci invita piuttosto ad entrare in connessione con quei personaggi, ad ascoltare ciò che dicono e a percepirne i “non detti”, e magari a riconoscere in ciascuno di loro qualche frammento di noi stessi.

Il cinema minimalista di Jim Jarmusch

Considerato fra i “padri nobili” del cinema indipendente americano fin dai suoi esordi negli anni Ottanta, con Permanent Vacation (1980) e ancor più con il seminale Stranger Than Paradise (1984), Jim Jarmusch torna ora nelle sale a ben sei anni dalla sua poco apprezzata incursione nello zombie movie con I morti non muoiono (2019), e recupera il formato della commedia antologica a oltre vent’anni di distanza da Coffee and Cigarettes (2003).

I capitoli, in questo caso, sono soltanto tre, spalmati lungo una durata di quasi due ore, così da lasciare allo spettatore modo e tempo di immergersi nelle atmosfere malinconiche e ovattate di ciascun episodio: la baita fra le nevi del New Jersey di un anziano “padre” vedovo (Tom Waits, uno dei volti-simbolo del cinema di Jarmusch); l’elegante casa di Dublino in cui una “madre” autrice di best-seller rosa (Charlotte Rampling) accoglie una volta l’anno le due figlie adulte; e l’appartamento di Parigi in cui avevano vissuto i defunti genitori di Skye (Indya Moore) e Billy (Luka Sabbat), “fratello” e “sorella” pronti a immergersi in un ultimo viaggio nei ricordi.

Al di là del gioco di rimandi e delle strizzate d’occhio allo spettatore, come la ripetizione del motto «Bob’s your uncle» (un pittoresco equivalente anglosassone del nostro «Ecco fatto»), a legare questo terzetto di ritratti familiari è soprattutto l’approccio intimista adottato da Jim Jarmusch, che del minimalismo elevato a forma d’arte ha fatto uno degli ingredienti distintivi della propria filmografia, dalle prime pellicole passando per l’incantevole Paterson (2016). Ed è un approccio che, nei gesti quotidiani e nelle frasi di circostanza di Father Mother Sister Brother, fa emergere l’affetto talvolta misto a imbarazzo dei personaggi, quel connubio fra dolcezza, humor e nervosismo latente di cui si compongono i loro rapporti.

Tre racconti familiari fra tenerezza e malinconia

Potrebbe suonare come un amalgama quantomeno bizzarro, e invece lo sguardo limpido di Jarmusch riesce a metterne in luce tutta la spontaneità e il senso di verità: che si tratti delle premure un po’ impacciate rivolte da Jeff (Adam Driver) ed Emily (Mayim Bialik) a quel padre solitario con la voce arrochita di Tom Waits, che forse nasconde loro un piccolo segreto; della rigida compostezza di Timothea (Cate Blanchett) o della vivacità venata di impertinenza della sorella Lilith (Vicky Krieps), forme opposte del medesimo, sottile disagio in presenza della madre Charlotte Rampling; e della tenera complicità di Skye e Billy mentre, sfogliando vecchie foto, si pongono domande sui propri genitori.

Insignito alla Mostra di Venezia 2025 di un discusso Leone d’Oro, assimilabile più che altro a una sorta di ideale “premio alla carriera”, Father Mother Sister Brother è un tassello che si inserisce perfettamente nell’itinerario cinematografico del suo autore: senza pretendere di riscriverne le coordinate, ma confermandone temi e stilemi con una grazia delicata e ricca di fascino, costantemente sospesa fra levità e nostalgia. E se la levità trova, in apertura, un contrappunto musicale nella melodia di Spooky, riproposta in seguito nella sensualità carezzevole e giocosa della versione di Dusty Springfield, i titoli di coda sono affidati invece alla These Days di Nico, con la sua agrodolce rievocazione di occasioni perdute: «These days I seem to think a lot/ About the things that I forgot to do/ And all the times I had a chance to».

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