Finchè Morte non ci Separi, la recensione
Pronto a contaminarsi con l'umorismo Finchè Morte non ci Separi proprio con quello fa le sue affermazioni più serie
FINCHÈ MORTE NON CI SEPARI, LA RECENSIONE
Come in Rec 3: La Genesi anche al centro di Finchè Morte Non Ci Separi c’è una sposa con l’abito strappato tutta ricoperta di sangue e armata, un’immagine dalla potenza immutata che viene dal profondo, è stata riportata in alto da Tarantino con Kill Bill e qui è usata per una fuga e il classico ribaltamento delle forze in campo. La sposa è stavolta braccata dalla famiglia del suo sposo che l’ha chiusa nella gigantesca magione di loro proprietà per giocare a nascondino: se la trovano prima dell’alba la uccidono. La ragione viene da un’antica tradizione familiare, la quale affonda le radici in qualcosa di losco e pericoloso. Una volta partito il gioco, se non riescono a farla fuori entro l’alba moriranno loro.
Innanzitutto vuole ribaltare le consuete dinamiche di forza, come spesso fa l’horror, ma invece di trattare la ragazza protagonista come una final girl (l’ultima a rimanere dopo la serie di omicidi negli slasher) la rende una involontaria e inesorabile donna d’azione.
Prendendo solo lievemente spunto da You’re Next di Adam Wingard (in cui un gruppo di assalitori tipici da home invasion diventa la vittima della furia di una delle invase con un passato nel survival). Questa “sposa” dunque non pratica arti marziali come Beatrix Kiddo ma lo stesso è una donna presa in un momento topico, messa in una condizione di difficoltà e scatenata. “È una cacciatrice di dote” le dicono nelle prime scene, quelle prima dello scatnarsi della caccia quando il matrimonio è al suo culmine, “L’ha sposato per interesse”. La famiglia la guarda male, lei è carina e delicata ma gli altri non sembrano volerla tra le loro fila.
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