Gambit, la recensione
Film tiratissimo, tutto incastri, equivoci e un grande tentativo di truffa, in cui tutto funziona ma la regia non ha la mano giusta per mantenere il ritmo costante...
Una delle passioni dei fratelli Coen è quella per i remake. I remake come maniera per affondare le mani nel cinema del passato e dargli nuova forma, attingere esplicitamente a materiale fuori dal nostro tempo e riplasmarlo secondo le loro inclinazioni e il loro cinema, ridare vita a ciò che sarebbe (in teoria) morto. Non sempre quest'esercizio è riuscito con la bontà sperata ai due fratelli, tuttavia in sè la riscrittura del passato secondo le loro inclinazioni appare sempre affascinante.
La storia è perfetta per loro, un impiegato insoddisfatto ha un piano (che vediamo tutto insieme in un suo flusso di coscienza all'inizio) per truffare il proprio capo sfruttando un amico, abile falsario di quadri, e una storia convincente. Da quel momento in poi tutto il film sarà basato sulla discrepanza tra il piano che ha immaginato inizialmente e quello che è realmente accaduto quando si è trattato di metterlo in pratica, cioè sull'impossibilità di prevedere davvero come andranno le cose e la potenza del caso nelle vite umane. Praticamente un riassunto della poetica coeniana.
Per questo stupisce che i fratelli siano solo alla sceneggiatura e non anche alla regia, particolare che vanifica molti dei tentativi migliori e più interessanti oltre che molte delle trovate potenzialmente devastanti.