Georgetown, la recensione
Molto focalizzato sulla propria interpretazione e sciatto sul resto, Waltz non riesce mai a fare di Georgetown un film che lo sorregga
Ci sono tantissimi elementi di interesse per un attore in questo personaggio ambiguo, pieno di sfumature di cui scopriamo qualcosa di nuovo ogni 5 minuti, qualcosa che la recitazione aveva nascosto ma la trama svela, e che ci sorprende di continuo perché è lo stesso personaggio a recitare parti diverse nel film. È un grandissimo esercizio, molto complicato, ma che non si traduce mai in una grande interpretazione perché nonostante necessiti di sfumature delicatissime (che Waltz matematicamente non sbaglia), non è scritto bene.
E come spesso capita non è l’assolo a dare anima ad una performance ma la continuità. È la maniera in cui quella performance lavora in armonia con il resto del film ad esaltarla o sfidarla a dare il meglio.
Non è solo che Waltz, come regista, trascura gli aspetti della messa in scena che non sono la recitazione, è che li delega senza valorizzare le proprie maestranze (o senza averle potute scegliere del livello adeguato). Così alla fine Georgetown non riesce a non avere il sapore di un film ordinario, totalmente rivolto all’indietro, che non sa bene cosa fare ma ha il budget giusto per assumere onestissimi mestieranti. Certo ci sono dei momenti, quando Waltz duetta con Vanessa Redgrave (diretta bene e all’altezza del proprio nome), in cui il film sembra virare dalle parti di Il Servo di Joseph Losey, cercando quella strana forma di convivenza tra due persone il cui rapporto è sbilanciato in un interno stretto che li trasfigura da esseri umani a mostri. Ma sono attimi di un film che per il resto non ci convince mai di avere qualcosa da dire sulla storia che racconta e quindi non coinvolge.