Ghost in the Shell [2017], la recensione
Privo di ogni mistero Ghost In The Shell lascia gli scenari e il design originali in balia di una trama diversa e spogliati dell'afflato dell'anime
A partire da quale sia la natura della protagonista, spiegata subito, fino alle varie situazioni in cui i personaggi si assicurano sempre di esprimere a voce i pro e i contro di ogni possibile scelta che stanno per prendere, il film di Rupert Sanders sembra temere tantissimo proprio ciò che aveva fatto la fortuna dell’anime del 1995: il mistero. La sua versione è il trionfo della chiarezza. Non ci sono dubbi, non ci sono domande che non ricevano risposte e addirittura alle volte le risposte arrivano prima delle domande stesse.
Il Maggiore, primo robot con cervello umano (e quindi spirito che in maniera didascalica viene proprio chiamato “ghost”), è arruolato in forza alla sezione Sicurezza Pubblica 9, una squadra antiterrorismo cibernetico formata da umani, umani modificati e dal Maggiore che per l’appunto è “puro”. Li capitana “Beat” Takeshi Kitano, presenza magnifica, le cui scene personali omaggiano tantissimo il cinema dai tempi e ritmi fuori dalla grazia di Dio che Kitano ha girato negli anni ‘90. Sono quelle di certo le parti migliori del film.
Il film fa un lavoro di creazione del futuro molto molto buonoQuasi tutti gli abitanti di questo futuro sono “aumentati” con componenti cibernetiche e chi non lo è se ne vanta (anche qui sottraendo quel fascino della speculazione o della difficoltà di distinguere l’umano dal non umano). Tra tutti però il Maggiore è l’unico a soffrire di allucinazioni che capisce essere la propria memoria che tenta di tornare a galla, c’è qualcosa che le nascondono, ricordi che le hanno messo e altri che le hanno cancellato. Un misterioso hacker terrorista (il cui character design è a dir poco terribile) pare avere a che fare con questo.
Tuttavia come mostra bene il confronto finale e la sua risoluzione (i medesimi dell’anime), anche una delle immagini più potenti e scarnificanti della versione animata è ampiamente sottoutilizzata, mostrata di fretta e senza l’enfasi che merita, come se si avesse paura di disturbare il pubblico mettendo in scena la forza di una volontà umana capace di travalicare un corpo disumano, spingerlo al massimo, gonfiarlo e sventrarlo fino a che non regge più la determinazione.