Gli anni più belli, la recensione del film di Gabriele Muccino
Inseguendo C'Eravamo Tanto Amati ma anche trovando una strada tutta sua Gli Anni Più Belli è un melodramma in cui il movimento sostituisce la stasi
Gli anni più belli, la recensione del film di Gabriele Muccino
Già l’idea di rifare C’eravamo tanto amati e di farlo apertamente, per sottolineare i mutamenti sociali intercorsi tra quel film e questo (la stessa parentela che lega Secondo Amore di Sirk e Lontano dal Paradiso di Haynes) è da far tremare le gambe. Rifarlo poi con la propria personalità, utilizzando i propri stilemi e citando sé stesso (le scene nelle fontane, il cognome Ristuccia, i matrimoni sul prato) tanto quanto Scola è un triplo salto carpiato che al nostro cinema non riesce mai.
Del film di Scola c’è lo scheletro veramente ridotto all’osso, per il resto Gli anni più belli è il Mad Max: Fury Road dei melodrammi, qualche tono ancora più su del già sovreccitato stile del regista, un tornado di eventi inarrestabili in cui il tempo e il destino sono forze schiacciate dalle passioni individuali che sembrano piegare ogni legge non scritta. Là dove chiunque alimenta il melodramma con la stasi, con l’atmosfera sospesa dei momenti di intenso struggimento, Gabriele Muccino da sempre lo alimenta con il movimento, suo e degli attori.
E questo film non fa eccezione.
Con un casting impressionante dei ragazzi (non solo uguali ai protagonisti adulti ma capaci anche di recitare con lo stesso stile e movenze simili), trucchi di ringiovanimento più o meno riusciti e una contagiosa voglia di essere grande, Gabriele Muccino arrivato all’undicesimo film gira una storia anche superiore alle interpretazioni dei suoi attori.
E addirittura pure il contesto politico (il totem sacro di qualsiasi romanzo popolare italiano che attraversi più di un decennio) è quasi nullo, contano solo i rapporti tra persone. Tre amici e una donna che si scambieranno amori, amicizie, litigate, divorzi e ripicche per più di 30 anni scoprendosi poi più legati che mai dall’aver attraversato la palude della vita ed essersi ritrovati dall’altra parte, invecchiati ma sempre uniti. In mezzo un camerawork eccezionale e una maniera di padroneggiare la lingua del cinema, tutta, a tutti i livelli, che fanno il film e creano l’epica nazionale recente in maniere (per noi) inedite. Non è la storia del nostro paese rispecchiata da 4 persone ma la storia di 4 persone dentro al nostro paese e, più in grande, è la storia della maniera in cui il nostro cinema ci ha raccontato il passato e ci racconta l'oggi.