Godland, la recensione
Inviato a evangelizzare gli islandesi, un prete danese si immerge in un paesaggio ostile con noi, in un film che non ha niente di spirituale
La recensione di Godland, in uscita il 6 gennaio in sala
Non è una visione facile né conciliatoria Godland, 2 ore e 22 minuti in cui la parte più importante delle inquadrature sono i paesaggi in 4:3 (per una volta appropriato, perché lo spunto sono delle vere foto scattate da un prete danese spedito in Islanda), paesaggi ripresi senza il minimo abbellimento nello stile di Werner Herzog, ritratti per quello che sono, cercando di lasciar uscire la loro effettiva magnificenza, potenza e impressionante incombenza. Di Herzog però questo mondo naturale non ha la radicale indifferenza e la personalità ingombrante, non ingaggia un vero duello con il protagonista e quindi anche l’idea radicale di uso dei paesaggi ne esce depotenziata. Per questo Godland, la cui visione senza dubbio beneficia del grande schermo e dell'immersione, migliora nettamente quando entrano più umani nell’equazione.
Arrivato finalmente in una comunità in cui stabilirsi, il prete inizia un percorso da Narciso Nero, tutto quel contatto con una natura da cui non si può scappare risveglia la sua parte più umana, fatta di sentimenti positivi e negativi che non può più sopprimere. E che tutto questo avvenga non per un paesaggio lussurioso o rigoglioso, che non sia associato al fiorire della natura ma semmai al gelo della lande islandesi non è male. Purtroppo però questo film che ha l’idea di cinema più giusta è diluito e tagliato da Hlynur Pálmason (islandese) nella maniera meno convincente, e finisce per ingranare davvero dopo circa un’ora e cinquantasette minuti, quando comincia davvero ad interessarsi alle vicende del prete e a fare qualcosa con la sua idea (magnifica) di rapporto con l’ambiente.
Sei d'accordo con la nostra recensione di Godland? Scrivicelo nei commenti