[Berlino 2014] The Grand Budapest Hotel, la recensione
Il nuovo film di Wes Anderson è ancora una volta una fuga, con meno aspirazioni, ma con una leggerezza meravigliosa, un senso del cinema immenso e una voglia di sentire e fare racconti bellissima...
Un racconto in un racconto in un racconto.
Così inizia la nuova opera di Wes Anderson, di certo meno ambiziosa delle altre (sebbene realizzata in grandissimo stile), ma forse anche per questo spensierata e godibile come quel capolavoro di Fantastic Mr. Fox.
Se infatti c'è qualcosa di evidente in questo film è quanto, nonostante sia tutto in live action con solo piccoli inserti realizzati in stop motion (appositamente) posticcia, voglia essere un cartone animato. Uno di quelli anni '60/'70 oppure quelli di Lucky Luke, magari per la televisione. Il solito stile Anderson fatto di costumi e scenografie dalla cura e composizione cromatica inesorabile, la fissazione per le uniformi e per i cartelli, oltre ai movimenti ortogonali della macchina da presa che fanno il paio con quelli secchi ed "esplosivi" dei personaggi, ma tutto è virato verso un'estremizzazione, ovvero il cartoon.
Gli attori compaiono di colpo facendo capolino dagli angoli, le svolte della trama giocano con gli stereotipi più beceri per farsene beffa come se si volesse prendere in giro l'animazione più che seguirla, e anche le scelte d'abbigliamento sembrano in armonia con il gusto che i cartoni hanno per il "classico", dai carcerati con uniformi a righe orizzontali bianche e nere, ai concierge tutti con la stessa divisa solo di colori diversi, fino ai cattivi con capigliature assurde e vestiti di nero intenti in un continuo grugnire (in questo è straordinario il killer molossoide di Willem Dafoe, che pare un cane).
La maniera in cui questo cineasta riesce a raccontare sempre la medesima storia cambiando tutto intorno ad essa è semplicemente straordinaria.