Grazie ragazzi, la recensione
Il trionfo della pomposa retorica sul teatro e l'arte che cambia gli animi trova in Riccardo Milani un adattamento che limita i danni
La recensione di Grazie ragazzi, al cinema dal 12 gennaio
La sceneggiatura è abbastanza chiara, una favoletta ottimista che nasconde il peggio (senza negarlo, solo smussandolo) mentre mette sotto il riflettore il meglio, guardando tutto con gioia e serenità fino ai classici 5 minuti finali di dura verità e bagno di realismo. Ci sono gli ingredienti perfetti per la consueta ponderosa pomposità e la terribile solennità con cui viene messo in scena il teatro, il carcere e gli attori che interpretano degli attori che sono persone migliori proprio perché fanno gli attori. A discolpa di Riccardo Milani però bisogna ammettere che Grazie ragazzi fa di tutto per limitare questa componente, cerca come può di asciugare la pomposità della storia e fa un buon uso della commedia, puntando sulle seconde linee.
Più che Antonio Albanese, protagonista della storia scelto con grande aderenza a Kad Merad (protagonista dell’originale) e perfetto grazie alle note di mestizia che da sempre possiede, a creare il film dal basso sono Sonia Bergamasco (gran caratterista nella parte della “donna inflessibile rappresentante delle istituzioni”) e Fabrizio Bentivoglio gigionissimo con gran gusto, inventiva e ironia nel creare un personaggio autonomo e dinamico. Tutto quello che di retorico è messo in ballo dalla storia dei carcerati viene messo a regime e regolato da loro, tutto quello che di pesante (e recitato non ottimamente con l'esclusione di Giorgio Montanini, sempre più una maschera eccezionale) vediamo quando seguiamo le loro storie è poi stemperato dai toni che portano questi due attori.