Hesher è stato qui, la recensione
Un film sull'elaborazione del lutto attraverso la violenza su se stessi e sugli altri. Poco riconciliato, un po' prolisso ma indubbiamente sorprendente...
C'è qualcosa di perverso nell'idea di eroe e cavaliere solitario di Spencer Susser.
Nell'iconografia del cinema americano l'elemento alieno che irrompe in una situazione problematica è la soluzione, il pensiero divergente che riporta i protagonisti al pensiero convergente, cioè alla normalità dell'american lifestyle.
Hesher è invece lui stesso un vero freak, e non un freak dolce e sensibile o "pacificatore" ma un perturbatore alle volte inquietante, molto violento e di certo non gentile con la famiglia ospitante. Questo Shane, cioè questo cavaliere della valle solitaria che pare venire a salvare tutto e tutti, in realtà è il personaggio più drammatico, contrastato e irrisolto del film.
Alla fine si possono perdonare le molte sbrigative soluzioni (un passato eccessivamente idilliaco nei ricordi, un padre dipinto con due tratti senza nessun impegno, la più classica delle nonnine...) in virtù del dinamismo interno al film e di quel movimento che sballotta il protagonista da un comprimario all'altro, da una spalla all'altra, come la pallina di un flipper. Menato da un bullo, coinvolto in una bravata da Hesher, respinto dalla commessina brutta ma carina (davvero Natalie Portman con occhiali grossi dovrebbe essere bruttina??), vessato dal padre e respinto dallo sfasciacarrozze.
La figura di questo bambino dinamico e volitivo, con un eterno grugno in volto, costantemente vittima di sfruttamento ma mai domo (che ricorda quello di Il ragazzo con la bicicletta), è il vero grande pregio di un film che vorrebbe puntare su Joseph Gordon-Levitt a torso nudo (ma abbastanza nella norma) e Natalie Portman con occhiali (e reduce dall'Oscar) nei cartelloni, e invece stupisce con il piccolo Devin Brochu.