Ho Ucciso Napoleone, la recensione
Non c'è quasi nulla di realmente centrato nel caos che Ho Ucciso Napoleone non riesce ad organizzare nella commedia che vorrebbe essere
Si tratta nuovamente di un film in cui un gruppo di donne cerca di sovvertire l'ordine del mondo degli uomini con un piano segreto (ma c'è un twist). Ciò che manca non è solo quella profondità di lettura sulle figure archetipe che aveva portato Bonifacci (nella sua sceneggiatura ogni personaggio è contemporaneamente fedele al suo stereotipo e più complesso di così) tuttavia, anche volendo trascurare quel tipo di lettura, Ho Ucciso Napoleone non riesce comunque ad utilizzare le medesime armi per raccontare il ribaltamento che ha in mente.
In linea con moltissima commedia italiana contemporanea Ho Ucciso Napoleone non ha un'idea di ironia, di grottesco o anche semplicemente di paradossale attraverso la quale mettere in scena il mondo che ritrae, ci sono solo sparute battute, a livello di "Sono diversamente magra" detto da una taglia forte. Anche i paradossi aziendali, gli intrighi di corridoio o l'ossessione per la carriera della protagonista (invariabilmente domata dai buoni sentimenti lungo la storia) non superano mai la vulgata comune.
A salvare il film dovrebbero almeno essere gli attori, a partire dal team eterogeneo di donne, ma il gruppetto composto tra le altre da Thony, Iaia Forte e Elena Sofia Ricci è completamente disunito, non interagisce mai in maniera significativa nè al suo interno nè al suo esterno, così la sua funzione rimane incomprensibile. E di più non fanno nè Adriano Giannini nè Libero Di Rienzo (comunque, come spesso gli capita, il migliore), fino ovviamente a Micaela Ramazzotti, una volta tanto lontana dal suo tipico personaggio e non in grado di reggere la parte principale del film.