House of the Dragon 3, la recensione: un passo deciso verso la giusta direzione
Lo spin-off di Game of Thrones entra nella sua fase decisiva e non ha tempo da perdere. Ecco le nostre considerazioni sui primi quattro episodi, che segnano un'inversione di tendenza rispetto a una seconda stagione sottotono.
È dura essere fan di George R.R. Martin, di questi tempi. A pensarci bene, è quasi più dura restare fedeli al suo universo: il mondo del Ghiaccio e del Fuoco vive di potenziale inespresso, si esalta al divenire e, in fondo, alimenta il fandom con la promessa di un futuro sempre più epico - barlumi di grandezza che sembrano sempre vicini, ma che si concretizzano solo in pallidi riflessi senza mai restituire una continuità concreta. Parte del problema deriva dalle divergenze creative tra showrunner e autore originale, ma la criticità maggiore nasce tra uffici e scrivanie: se una serie funziona, è necessario renderla il più longeva possibile per massimizzare profitti e successo.
A giudicare dalle prime quattro puntate della terza season, che andrà in onda il 21 giugno su HBO Max e dal 22 giugno su Sky e NOW, la sensazione è che Ryan Condal e soci abbiano finalmente deciso di mollare gli ormeggi per entrare nella fase più cruenta della guerra tra Neri e Verdi.
Un ritorno all'azione
Westeros perde le proprie certezze mentre il mondo si prepara a bruciare. Non è più tempo di attese, ma d’azione: la terza stagione di House of the Dragon spinge sin da subito sull’acceleratore, mostrando tutti i muscoli e l’ambizione di HBO. A conti fatti, potremmo seriamente trovarci di fronte alla serie visivamente più maestosa mai realizzata dal network, con uno sforzo produttivo senza eguali. Una delizia per gli occhi, utile solo a impreziosire lo spettacolo mentre il cuore dello show tenta di riemergere, insinuandosi silenziosamente oltre lo schermo. La lotta per il trono dei Sette Regni è più accesa che mai e sono i personaggi a reggere la serie: i volti (vecchi e nuovi) si alternano senza sosta, trovano tutti maggiore spazio e contribuiscono a infittire il dedalo di trame e sottotrame che fa da contraltare alle battaglie sul campo.
Il destino dei draghi
Parlare di flop seriali è diventato fin troppo facile: si dà la colpa allo streaming come se fosse un'entità tangibile, assoluta e assolutista, si biasimano le produzioni che non sanno gestire il peso dell’hype. Così facendo, però, si rischia di perdere di vista ciò che permette davvero a una serie di funzionare: senza elementi di livello in writing room è praticamente impossibile realizzare un prodotto di successo in un mercato seriale sempre più esigente. Ryan Condal ha ancora assi nella manica per dimostrare che il suo team possa fare grandi cose. Forse la serie non raggiungerà l'epicità di un fenomeno assoluto, ma sa esaltarsi quanto basta per andarci vicino. Al di là della storia della Principessa e della Regina, la cupa morale del mondo di Martin persiste anche senza il suo autore originale, perno centrale dell’intera riflessione che House of the Dragon fa sul peso del potere e sul valore dei legami di sangue. Si tratta di una visione filtrata, ma non per questo meno epica o viscerale.
Il vero male degli uomini, a Westeros come altrove, resta la loro ingenuità. Non basta la convinzione che il potere possa risolvere ogni cosa per scongiurare l’inevitabile. La metafora più riuscita di House of the Dragon è anche la più spietata: i draghi non sono altro che armi di distruzione di massa date in mano ai potenti. Quando troppo potere si accumula nelle mani di pochi, annebbiati dalla bramosia, finirà per estinguersi come un lampo nel buio. La terza stagione punta (finalmente) a mostrare le conseguenze dell'orgoglio e dell'ardore di una famiglia spezzata da obblighi e potere. La nostra speranza è che la serie continui a muoversi verso la direzione giusta - e nel modo più amaro possibile. In House of the Dragon non ci sono Estranei, ma morti che camminano: anime tormentate e alla deriva, destinate a bruciare insieme a un mondo che non perdona.